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LETTURE/ La felicità secondo Nietzsche

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Friedrich Nietzsche (1844-1900) (Immagine d'archivio)  Friedrich Nietzsche (1844-1900) (Immagine d'archivio)

Sì, perché in fondo anche per Nieztzsche c'è una catena necessaria, dove le parti si susseguono secondo una legge meccanica del tutto. E così questa idea di necessità come meccanismo, che spesso ha segnato il pensiero umano, e che è stata codificata come elemento della "vera" conoscenza da Kant, si ritrova nella grande contestazione di Nietzsche. Il contestatore usa il medesimo paradigma razionalistico del contestato: alla fine il nulla emergerà come ipotesi di una ragione che non riesce a conseguire per mezzo di quelle catene necessarie la felicità totale, la risposta a domande inevitabili – come diceva Kant nella prefazione alla prima edizione della Critica della ragion pura – che la sua natura sempre le fa porre.

Il pensiero umano non riesce a raggiungere il suo compimento in modo autonomo. Allora, forse, la povera debolezza, sempre eteronoma, sempre dipendente da altro, a volte invidiosa, dimostra un aspetto di forza: la forza di un pensiero che rimane aperto alle possibilità che vengono da oltre se stessi ma che realizzano se stessi. Consapevole del suo nulla ("della narrazione del peccato originale" dice MacIntyre nella sua critica al genealogismo nietzscheano), l'uomo debole rimane aperto cognitivamente alla possibilità e alla curiosità e, moralmente, alla domanda. 

Questa apertura e questa domanda segnano le scoperte dell'uomo, da quelle degli scienziati che cambiano la storia delle loro discipline a quelle di ogni uomo che abbia sinceramente accettato e amato la vita. In quest'ottica l'invidia, come tutti gli altri vizi, non è solo lo stigma di ogni male perché caratteristica del debole, ma rivela anche – nella stortura, come ogni vizio – la struttura dell'essere umano, costituita per essere felice e incapace di raggiungere da sola ciò per cui è fatta.

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