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LETTURE/ La felicità secondo Nietzsche

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Friedrich Nietzsche (1844-1900) (Immagine d'archivio)  Friedrich Nietzsche (1844-1900) (Immagine d'archivio)

Nietzsche non è un autore fra i tanti. Il suo ruolo è stato decisivo nell'ultimo secolo e lo sarà ancora nel futuro. Letto e riletto, da destra e da sinistra, Nietzsche rappresenta il culmine di un'epoca e una tendenza, quella nichilista, che rimarrà una delle opzioni sempre aperte al pensiero di ogni tempo.

Il breve inedito giovanile nietzscheano (1863) sull'invidia pubblicato su Repubblica di giovedì 12 settembre, presentazione di un libro uscito in questi giorni per Elliot (Può un invidioso essere felice?), è un buon esempio per capire come mai Niezsche abbia avuto così significativa risonanza. Come pochi altri nella storia, il pensatore tedesco ha individuato il cardine della questione umana nel desiderio di una felicità totale. Si noti bene, Nietzsche ha fatto di tale problema non una mera applicazione morale ma il cuore dell'argomento teoretico. È la felicità come pienezza della vita a cui l'uomo tende e tale pienezza della vita è il problema dell'essere stesso.

Ma quale felicità? È la felicità dei forti, quella che afferra e si lascia afferrare dalla scaturigine della vita stessa, che gode di tutto, che ama generosamente, magnanimamente, senza ritorno e compromesso, quella che vive profonda, calma e ardente in un io unito che nulla può abbattere. "La felicità, quella aperta e ridente, alla cui luce gli occhi degli sconosciuti si accendono e i volti ostili divengono cortesi, non è compatibile con l'invidia, dal cui sguardo spettrale e dalla cui timida andatura rifugge tutto ciò che è umano".

Non è una felicità "da malati", come dirà successivamente, quella a cui l'uomo aspira. Non è una felicità razionalistica, che gode di un pensiero che torna soddisfatto su se stesso, contento di aver raggiunto la diafana immagine dell'uomo o di Dio o dell'essere. E non è una felicità spiritualistica o materialistica, che dividono l'uomo in parti per ottenere infine un godimento dimezzato e una vita accontentata. Per non parlare dell'invidia, scontenta megera, così priva di radici da inseguire sempre ciò che ad altri capita, cercando di copiare, di ripetere, di storpiare, di adulare per ottenere il tozzo di pane che soddisfi – ahimé, per poco – il vuoto di se stessa.

Nella segnalazione del desiderio prorompente e unitario di felicità e nella condanna di ogni soluzione non radicale si trova la forza del pensatore tedesco e il fascino perenne delle sue pagine.

Il brano, tuttavia, mostra anche tutta la debolezza di questa forza e, paradossalmente, la forza di ogni debolezza. Nietzsche deve dire che l'invidia "è un errore della natura cognitiva" oltre che di quella morale. "È un errore della natura cognitiva. È segno di una natura forte riconoscere nelle cose una ininterrotta catena di cause ed effetti non pensando semplicemente che seminare basti a produrre frumento, ma estendendo le medesime leggi anche alla vita umana e alla storia dei popoli".



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