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PAPA/ Che differenza c'è tra la "coscienza" di Francesco e quella di Scalfari?

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1598) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1598) (Immagine d'archivio)

Valorizzazione della libertà e della dignità umane che è parte integrante di quell'umanesimo che il cristianesimo ha portato nel mondo; come è ancora visibile nella differenza specifica della cultura occidentale (nonostante tutti i tentativi che questa ha fatto e sta facendo per rinnegarsi). Certamente il ricorso inevitabile e indispensabile alla coscienza ha un implicito conseguente e ovvio; che cioè coscienza non significa "parere", ciò che appare o si permette di apparire o ciò di cui ci si autoconvince per qualche motivo, bensì capacità di valutare in concreto, che esige la responsabilità morale di indagine sui fattori in gioco, di consiglio presso altri soggetti morali, di discernimento delle alternative secondo criteri accreditati dal punto di vista delle verità morale. 

La soggettività della coscienza, cioè, non è la porta d'entrata del soggettivismo morale, ma esercizio critico di libertà che tiene in massimo e accurato conto la realtà in gioco. In breve, la coscienza morale è veramente tale se è "formata bene". Si tratta infatti, come dice il papa di «decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male». Una volta che di tutto ciò si risponde responsabilmente, allora il soggetto agente, secondo Tommaso, non solo può attenersi alla sua coscienza, ma lo deve; lo deve alla suprema dignità della sua libertà, che è dono di Dio a cui corrispondere.

Tutto ciò − si potrebbe dire – l'interlocutore di papa Francesco poteva già venirlo a sapere, perché è oggi dottrina cristiana comune (v. Catechismo della Chiesa cattolica). Per cui la risposta di Scalfari del 12 settembre su Repubblica all'intervento del papa, secondo cui «un'apertura verso la cultura moderna e laica di questa ampiezza, una visione così profonda tra la coscienza e la sua autonomia, non si era mai sentita finora dalla cattedra di San Pietro» risulta una forzatura. Al massimo avrebbe potuto dire, con verità, che sinora nessun papa era venuto a dirglielo personalmente!

Quello di cui Scalfari, purtroppo, non sembra (ancora) essersi accorto (ma forse anche noi con lui) è piuttosto che papa Francesco desidera rendere accessibile al suo interlocutore un'altra prospettiva, più importante e risolutiva; e che questo è il vero favore che il papa ha fatto a lui, e a noi con lui. Entrando in merito alle questioni poste, con garbo il papa afferma che gli «sembra più fruttuoso [invece che affrontare tutte le sue domande particolari] andare in un certo modo al cuore delle considerazioni» del suo interlocutore. 

Tale "cuore" è il cuore stesso del cristianesimo, «l'incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana», come scrive il papa, riprendendo quanto affermato già da Scalfari stesso. Ma l'incarnazione del Figlio è una formula dottrinale che prende davvero carne nella novità inaudita della figliolanza: «Dio vuole, con tutto se stesso, che l'uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch'egli come suo vero figlio»! 



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