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PAPA/ Che differenza c'è tra la "coscienza" di Francesco e quella di Scalfari?

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Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1598) (Immagine d'archivio)  Caravaggio, Sacrificio di Isacco, particolare (1598) (Immagine d'archivio)

La risposta di papa Francesco a Eugenio Scalfari non comporta novità teoretiche e teologiche rispetto al magistero papale, almeno a partire dal Leone XIII, papa al centro del cui insegnamento sta un'ampia e articolata riflessione sulla libertà umana. Non c'è alcuna vittoria dell'illuminismo razionalista (non tutto l'illuminismo lo fu) sull'insegnamento della Chiesa e di quella contemporanea in particolare. 

Certamente nella storia moderna della Chiesa vi è stata una duratura difficoltà a confrontarsi con l'istanza di soggettività tipica della cultura dell'era postmedievale. Il predominante senso dell'oggettività, come sussistenza propria del vero metafisico e morale, avvertiva come minaccia la considerazione della verità dal lato soggettivo dell'esperienza. In altri termini, per timore dello scetticismo e del relativismo, così diffusi nella cultura moderna, si rifuggiva da una considerazione ermeneutica della verità, cioè da una sua considerazione che tenesse conto del fatto che la verità appare sempre e comunque a un soggetto storicamente determinato. È quello che papa Francesco dice nella sua risposta, quando afferma che non c'è (da parte sua) nessun intenzione di affermare che «la verità sia variabile e soggettiva», bensì che «essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita». 

Quella vecchia difficoltà, invece, ha frenato a lungo il magistero e la teologia del tempo a riconoscere la componente soggettiva della verità, cioè a valutare sino in fondo che cosa significhi che la verità non è qualcosa che sta là, di fronte al soggetto conoscente, ma una relazione di concordia tra pensiero e realtà, tra la soggettività aperta alla realtà e una realtà disponibile a essere conosciuta. Ritardo cha ha reso difficile anche l'elaborazione equilibrata (non meramente volontarista) di una teoria dei diritti soggettivi, tra cui anche quello della libertà religiosa; riconosciuta e ripensata, infatti, solo nel Concilio Vaticano II (cfr. la dichiarazione Dignitatis humanae).

Con tutto ciò nel grande patrimonio di pensiero cristiano l'idea di "coscienza" in senso morale è già presente a partire da san Paolo (lettera ai Romani) ed è elaborata con precisione nel pensiero scolastico classico, in specie in Tommaso d'Aquino, per il quale in ogni caso l'istanza ultima di valore è riposta nella coscienza; non solo nei casi più difficili e non solo per il non credente, ma in tutti i casi e per ogni uomo. La coscienza, infatti, è qui intesa come organo di valutazione dell'azione concreta, che è in gioco in ogni azione responsabile, cioè moralmente rilevante. In questa prospettiva morale, infatti, al centro sta il soggetto libero personale, il quale dunque ha il dovere anch'esso morale di rispettare la sua dignità, che esige che nulla gli venga imposto, ma che tutto sia vagliato e acconsentito "in coscienza" dal soggetto agente. 



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