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LETTURE/ Ada Negri, il "segreto" del tempo

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Ada Negri (1870-1945) (Immagine d'archivio)  Ada Negri (1870-1945) (Immagine d'archivio)

Ma chi potrebbe amare «tutto» di un altro? Esiste qualcuno capace di abbracciare anche il male dell'altro? Un fidanzato non lo può, di certo. O, almeno, non fu così nella vita di Ada Negri: «Notte, divina notte, / dimmi ove è nascosto il mio amore: / ch'era mio e le mie braccia / non bastarono a custodirlo, / ch'era mio ed io ero sua / e adesso non ho più nulla / e non sono più di nessuno» (Notturno della luna). Quali braccia possono custodire un amore? che cosa lo salva? come si può promettere l'eterno? di chi si può davvero, sinceramente, dire «mio»? 

Per non naufragare tra le onde di questa impotenza, ci si può aggrappare al misero scoglio di una saggezza agghiacciante: «più / nel tempo inoltri e più t'ostini in questa / tua superba miseria, e più comprendi / che meglio forse era non esser nata» (Deserto). Tanto il tempo porta via tutto, corrode la giovinezza: «Giorno per giorno, anno per anno, il tempo / nostro cammina!». «Non è sorta l'alba / che piombata è la notte; e già la notte / cede al sol che ritorna, e via ne porta / la ruota insonne» (Tempo). 

Il tempo lavora contro, senza che l'attesa della giovinezza venga mai realizzata: «Il dono eccelso che di giorno in giorno / e d'anno in anno da te attesi, o vita / (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza / anche il pianto), non venne: ancor non venne. / Ad ogni alba che spunta io dico: "È oggi": / ad ogni giorno che tramonta io dico: /"Sarà domani"». Eppure nulla accade. 

Proprio qui, tuttavia, accade l'intuizione imprevedibile: quando Ada Negri realizza che il dono che attende invano, in realtà, l'ha già ricevuto. Non è qualcosa che forse verrà, chissà quando, chissà se; è qualcosa di cui accorgersi: «e forse il dono che puoi darmi, il solo / che valga, o vita, è questo sangue: questo / fluir segreto nelle vene, e battere / dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti / unicamente perché sei la vita» (Il dono). Eccolo, il dono: il fatto di esserci. Il dono è la vita, che – proprio perché è data – serve per essere a sua volta data: «Vita, dono di Dio: che ho dunque fatto / di te?». Un dono gratuito, paradossalmente, esige una responsabilità, mette sulle spine. Ed è lancinante la puntura del Rimorso: «In nome / di qual sogno t'offersi, per qual fede / a perderti fui pronta, a chi passai / la tua fiaccola ardente? Sol per questo / data mi fosti; e adesso è tardi, o vita. / Quando misera e sola innanzi al Padre / sarò, che gli dirò, qual luce in terra / avrò lasciata, a gloria sua?»



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