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LETTURE/ I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti…

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Ma non pensate che questo significhi buonismo d'accatto; tutt'altro. Se la prima qualità dell'amore è la forza, M. Migliarese ribadisce più volte, e con vigore, che ascoltare le ragioni di un figlio problematico, "difficile", specie se molto piccolo, o nell'età ingrata, non significa tour court "dargliele sempre tutte vinte". Anzi! Come ricorda l'autrice, rivolta a una mamma spaventata dagli scoppi di rabbia incontrollata del suo bambino - esplosioni alle quali tiene dietro un gran pentimento e il desiderio di sentirsi rassicurato e non giudicato "cattivo" - una certa psicologia divulgativa e "facile" ha sottolineato sino allo sfinimento "solo l'esigenza dei bambini di un clima affettivo caldo e accogliente, finendo per farci credere che il bimbo più sicuro e forte sarà quello che avrà ricevuto dai genitori il maggior numero di riconoscimenti e di attestazioni sul proprio valore".

Magari fosse così. Le cose, infatti, sono un po' più complesse. L'autrice, infatti, non si stanca mai di ripetere che perché un bambino cresca nella direzione di un sano senso di sé sono da tenere presenti due elementi fondamentali: da un lato la necessità costante di misurarsi con la realtà, dall'altro quella di imparare poco alla volta a capire, accettare e integrare tutto quello che il confronto con le cose ci fa conoscere su noi stessi".

Data questa premessa, il ruolo dei genitori sta proprio nel riuscire, con equilibrio, con amore, ma senza iperprotettività, a "preparare alla vita" il figlio: non a caso l'immagine che ritorna più spesso in queste pagine è quella dell'allenatore, di colui che sa cioè, diremmo per statuto, far emergere e potenziare al meglio le capacità della giovane promessa che gli è stata affidata. Allo stesso tempo, l'immagine-guida dell'allenatore risponde anche a una seconda esigenza, quella di riuscire a placare le ansie di genitori spesso iperansiosi, com'è naturale in famiglie, come quelle moderne, sempre più numericamente risicate, in cui, spesso, c'è un solo figlio, al quale, da un lato, si vuole offrire sempre di più, in termini di opportunità, istruzione, occasioni di formazione, ma nei confronti del quale si palesa uno strisciante senso di colpa, perché il lavoro assorbe noi adulti sempre di più, perché il tempo è sempre poco, perché la fretta si mangia le nostre vite. 

Per esempio, di fronte all'interrogativo di una mamma, preoccupata perché la figlia preadolescente, una volta arrivata in prima media (pardon "in prima classe della scuola secondaria di secondo grado", come si dice ora) passando alcune ore in casa da sola, potrebbe essere in difficoltà nei compiti, l'autrice ha il coraggio di rovesciare l'ottica con cui analizzare il problema, rispondendo in questi termini: "Riguardo al «problema dei compiti» mi sembra importante porsi per prima cosa una domanda, la stessa che dobbiamo imparare a farci davanti a ogni problema che ci coinvolge come genitori. 



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