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LETTURE/ Da Omero al cristianesimo: cosa c'è davvero nelle pagine di W. Jaeger?

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Il Partenone (Infophoto)  Il Partenone (Infophoto)

Proprio per questo una riflessione approfondita su Jaeger avrebbe dovuto affrontare molte e rilevanti questioni: d'un lato la sua opposizione al George-Kreis, dall'altro la necessità, diversamente avvertita nella generazione degli allievi di Wilamowitz, di superare lo storicismo, nel timore che lo studio dell'antico fosse segmentato in un filologismo sterile, incapace di parlare all'oggi. Il che aprirebbe altre e feconde vie: da una parte suggerirebbe ad esempio di considerare le differenze tra l'umanesimo di Jaeger e quello di Rudolf Pfeiffer, uno dei pochi tra i grandi filologi tedeschi di quella generazione a sentirsi legato alle tradizioni cattoliche dell'umanesimo europeo; dall'altro porterebbe ad aprire un capitolo per noi tanto più rilevante, vale a dire la ricezione di Jaeger in Italia, con le positive aperture di un filologo attento all'idealismo crociano quale Augusto Rostagni e invece l'immediata e acuta stroncatura di Guido Calogero contro il primo volume di Paideia; la posizione molto più favorevole di Piero Treves, che avviò persino un carteggio con Jaeger, offrendosi di tradurre in italiano gli Humanistiche Reden und Vorträge; i successivi raffreddamenti dello stesso Treves, l'abbandono del progetto, il completo silenzio sulla continuazione di Paideia. E poi ancora la glaciale distanza, avvertita e patita da Jaeger, di un filologo profondamente legato al mondo tedesco come Giorgio Pasquali, la risoluta liquidazione di uno storico come Momigliano. Dubito che di tutto questo i lettori delle recenti ristampe jaegeriane escano consapevoli.

Né al lettore vengono presentati i documentati rapporti di contiguità tra Jaeger, il nazionalsocialismo e la robusta polemica antirepubblicana che segnò l'epoca di Weimar. Per alcuni studiosi questi aspetti rappresentano un ingeneroso esercizio di moralismo postumo. Ma non è moralistico, perché non è destinato a indignazioni o a condanne, e soprattutto non è postumo, perché del problema erano perfettamente avvertiti i lettori contemporanei. Non c'è bisogno infatti di setacciare la biografia di Jaeger per elencare magari i ripetuti riguardi, anche dopo il suo espatrio in America (la seconda moglie aveva ascendenze ebraiche), che per lui il regime ebbe sempre. È sufficiente leggere un articolo non a caso mai più ristampato nelle varie raccolte successive, «L'educazione dell'uomo politico e l'antichità», apparso nel '33 su una rivista di propaganda nazista come «Volk im Werden». È sufficiente leggere Paideia, specie il I volume, che offre tutti i termini-spia in cui annegava la retorica dell'uomo-forte, della «razza superiore», del Führer, della Volksgemeinschaft. Sintomatica la reazione di uno studioso come Ernst Abrahmson: «Hai già letto Paideia di Jaeger?» – scrisse a Paul Oskar Kristeller – «Ci sono dei divertentissimi 'nazistismi'» (più tardi entrambi avrebbero riso meno). Per non parlare della polemica antidemocratica («la democrazia non offre garanzie contro i pericoli della mancanza d'un capo»), del linguaggio razziale (le «occulte qualità ereditarie della razza e del sangue»), dell'invalicabile solco scavato verso i «popoli dell'Oriente» («a noi spiccatamente estranei per razza e spirito»). 



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COMMENTI
06/09/2013 - Jaeger (Moreno Morani)

Al di là dell'ammirazione per la dottrina e l'erudizione largamente profuse, pare che la tesi di fondo sia quella di limitare il valore della figura e dell'opera di Jaeger, con una sapiente dosatura di luce e di ombre in modo da dare maggiore risalto a queste ultime. A priori, direi che la figura di uno studioso che comincia, giovanissimo, una fulminea carriera accademica in Germania e poi è costretto ad emigrarie in America merita innanzitutto rispetto. Risulta utile (ma non indenne da accentuazioni tendenziose) la collocazione di Jaeger nella temperie di un'epoca difficile, ma questo non può essere il baricentro esclusivo di una lettura. Se si è deciso di ristampare, arricchendolo con strumenti critici, un libro uscito mezzo secolo fa, evidentemente è per il valore dell'opera (pur con le opportune messe a punto per adeguarla ai dati attuali della ricerca). Può essere interessante per il lettore sapere che i saggi introdotti nel volume sono il risultato di due fitte giornate di dialogo fra studiosi di varie nazioni e discipline: si è parlato di Jaeger, ma in una prospettiva radicalmente diversa da quelle emergenti in questa rilettura. Il dibattito si fa sui contenuti e sui problemi: di un autore conta ciò che emerge dalle sue pagine, i fruscii sono irrilevanti. Sul problema del continuismo, del rapporto mondo greco-Cristianesimo e sul recupero dell'erdità classica nel mondo cristiano il discorso sarebbe troppo lungo: il discorso di Ratisbona potrebbe essere una buona base di partenza.