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LETTURE/ Da Omero al cristianesimo: cosa c'è davvero nelle pagine di W. Jaeger?

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Il Partenone (Infophoto)  Il Partenone (Infophoto)

Parole che colpiscono non già perché prevedano ricadute discriminatorie o peggio persecutorie (non prevedono né queste né quelle), ma perché vengono presentate come esito di uno studio storico e filologico: mentre non sono né questo né quello. Aggiungo che molte espressioni consimili sfuggono al lettore italiano perché la traduzione le ha edulcorate sino a farle svanire. Fenomeno ben noto, che scaturisce dalla mal riposta pietas verso valentuomini che non si vogliono confondere con la miseria dei tempi. Ma l'effetto è sgradevolmente censorio, e praticato a basso costo: basta ad esempio trasformare l'aggettivo «razziale» in «etnico» e la frase prende subito un'altra coloritura («le disposizioni etniche dello spirito greco»). Un altro esempio? In Paideia, nelle ultime, programmatiche parole dell'introduzione, Jaeger fa un esplicito riferimento all'attualità. Parla per questo dell'«ora presente» – siamo nell'ottobre del '33, a pochi mesi dalla Machtübernahme di Hitler – «in cui l'intera nostra cultura, sconvolta da un'immane esperienza storica propria, ha iniziata una revisione dei propri fondamenti». Ma aufgerüttelt non significa affatto «sconvolta»: significa «risvegliata». Si rilegga la frase di Jaeger e si vedrà che il trapasso non è indolore. Per lui Hitler non 'sconvolge' la cultura tedesca: la pungola, la scuote, la risveglia. C'è da chiedersi se il traduttore non abbia sovrapposto a Jaeger un pensiero suo: gobettiano e antifascista, Luigi Emery era espatriato in Germania. Che lì la scena pubblica avesse ai suoi occhi tratti di 'sconvolgimento' è ben possibile. Ma certo questa frase, che al lettore italiano viene offerta quasi fosse la chiamata degli antichisti a recuperare il valore di una cultura sconvolta dal nazismo, suscitava nei tedeschi contemporanei reazioni perfettamente opposte. Tanto in pubblico, come la coraggiosa e stroncatoria recensione di Bruno Snell, quanto in privato. 

Del I volume di Paideia si conserva la copia personale di un altro principe della filologia tedesca, Paul Friedländer, autore tra l'altro di un fortunato libro su Platone ristampato in questa stessa collana. E basterà seguire i commenti che Friedländer ha lasciato sui margini del proprio esemplare per non avere più dubbi sull'impressione dei contemporanei. Quando Jaeger scrive che «un moderno Stato-guida [Führerstaat]» dovrebbe trovare una via «tra il ruolo di Führer cui Pericle seppe dare un'impalcatura democratica e il dominio individuale di Dionigi, unicamente fondato sulla forza militare», Friedländer scrive a margine: «tell it Hitler!» (non sarà un caso che questa frase sia poi scomparsa nelle edizioni successive di Paideia: ovviamente nell'italiana non c'è). Quando Jaeger insiste sull'identità unicamente «ellenocentrica» del mondo moderno, Friedländer annota: «gli Ebrei sono ignorati». Quando Jaeger rimarca il «risveglio» della cultura tedesca «nell'ora presente», Friedländer commenta: «Nazi!». Difficilmente si accuserà Friedländer di moralismo postumo.

Tutto questo andrebbe tenuto presente anche nella valutazione del Cristianesimo primitivo, che prosegue Paideia, e porta a compimento una rivisitazione dell'antichità, da Omero al cristianesimo, connotata da un impianto spiccatamente teleologico. E infatti ritornano gli stessi meccanismi di fondo: l'esasperato ellenocentrismo, il forzato continuismo, l'esclusione degli «orientali», la limitazione della componente giudaica negli scritti del Nuovo Testamento e la ricerca a tutti i costi di elementi di «grecità». 



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COMMENTI
06/09/2013 - Jaeger (Moreno Morani)

Al di là dell'ammirazione per la dottrina e l'erudizione largamente profuse, pare che la tesi di fondo sia quella di limitare il valore della figura e dell'opera di Jaeger, con una sapiente dosatura di luce e di ombre in modo da dare maggiore risalto a queste ultime. A priori, direi che la figura di uno studioso che comincia, giovanissimo, una fulminea carriera accademica in Germania e poi è costretto ad emigrarie in America merita innanzitutto rispetto. Risulta utile (ma non indenne da accentuazioni tendenziose) la collocazione di Jaeger nella temperie di un'epoca difficile, ma questo non può essere il baricentro esclusivo di una lettura. Se si è deciso di ristampare, arricchendolo con strumenti critici, un libro uscito mezzo secolo fa, evidentemente è per il valore dell'opera (pur con le opportune messe a punto per adeguarla ai dati attuali della ricerca). Può essere interessante per il lettore sapere che i saggi introdotti nel volume sono il risultato di due fitte giornate di dialogo fra studiosi di varie nazioni e discipline: si è parlato di Jaeger, ma in una prospettiva radicalmente diversa da quelle emergenti in questa rilettura. Il dibattito si fa sui contenuti e sui problemi: di un autore conta ciò che emerge dalle sue pagine, i fruscii sono irrilevanti. Sul problema del continuismo, del rapporto mondo greco-Cristianesimo e sul recupero dell'erdità classica nel mondo cristiano il discorso sarebbe troppo lungo: il discorso di Ratisbona potrebbe essere una buona base di partenza.