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LETTURE/ Le immagini di un genocidio possono cambiare la storia?

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L'entrata del campo di sterminio di Auschwitz (Infophoto)  L'entrata del campo di sterminio di Auschwitz (Infophoto)

Innanzitutto si tratta di un lavoro che, quanto al caso armeno, colma una lacuna, per così dire, "di base". Le tracce visive dell'archetipo del genocidio novecentesco non sono mai state raccolte e analizzate in modo così preciso e sistematico. Il volume, quindi, costituisce senz'altro uno strumento indispensabile di approfondimento e di confronto per la migliore comprensione di uno tra gli eventi tragici più dibattuti e carichi di significati e implicazioni del secolo scorso.

Tuttavia il valore della ricerca non è solo, o puramente, documentale. L'Autrice è pienamente consapevole delle peculiarità assoluta della testimonianza fotografica, e tenta così di proporre una rassegna critica dei modi e dei contesti, anche assai differenti, in cui, con riguardo al genocidio armeno, le immagini sono state più volte utilizzate, rivendicate, ricordate, invocate, brandite, fatte oggetto, unilateralmente, di azioni politiche, umanitarie, di propaganda, di memoria pubblica, di promozione ideologica.

Ecco, se questo libro porta con sé un valore aggiunto rispetto a quello (già notevole) del supporto puramente iconografico, esso consiste nella dimostrazione circostanziata che l'iconografia stessa è un potentissimo dispositivo. È capace di operare sia sul piano epistemologico (guidando, cioè, il nostro modo di conoscere la verità e di orientare così, di conseguenza, le nostre scelte pratiche), sia a livello liturgico (offrendo, con l'atto della sua pubblicazione, un palcoscenico ideale per rappresentazioni e narrazioni storiche, etiche, politiche e anche giuridiche). È materiale, in altri termini, che va trattato sempre con estrema cura, e che è capace di vivere anche di vita propria e di trasmettere, in contesti storici e sociali del tutto diversi, se non opposti, i medesimi significati e gli stessi stereotipi, così come di cambiarli in modo radicale, a seconda di chi se ne faccia portavoce. Come avverte l'Autrice, le immagini non sono sempre e soltanto il modo migliore per rappresentare la realtà; esse sono la prova di come la realtà "è vissuta e immagazzinata nella società". Le immagini, in buona sostanza, non sono mai sufficienti, mai bastevoli; dipendono dalla consapevolezza di chi le riceve.

Arriviamo così, nella lettura, alla metabolizzazione di un'intuizione assai significativa, che ci aiuta, forse, a tentare una spiegazione del segnalato paradosso sulla straziante ambiguità dell'immagine e sulle correlate chances cognitive, ma anche pedagogiche, che essa contestualmente ci offre. Le foto dell'orrore sono ambigue perché ci separano e ci isolano dagli eventi, permettendo così di giudicarli a modo nostro; perché senza la comprensione dell'identità e dei motivi ispiratori degli attori in gioco possiamo accedere soltanto a poche o a mezze verità, determinando il nostro giudizio su binari predefiniti.



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