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LETTURE/ Le immagini di un genocidio possono cambiare la storia?

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L'entrata del campo di sterminio di Auschwitz (Infophoto)  L'entrata del campo di sterminio di Auschwitz (Infophoto)

Andando al di là dell'immagine, però, ascoltandone fino in fondo la sirena, possiamo accorgerci, ad esempio, che la persistenza anche attuale della questione armena non è un affare di esclusiva pertinenza dello Stato armeno o della nazione turca, né si risolve in un problema di sola verità storica o di prioritaria ri-affermazione di principi universali o di limiti invalicabili. Effettivamente, quella questione è sempre stata alimentata anche da interessi altri, ed anche dai paesi europei e occidentali, rispetto ai quali la "nudità" dell'orrore e delle sue vittime, una per una, è rimasta sempre e comunque tale, e quindi muta, pronta a dare voce a maschere che in tal modo possono restare, drammaticamente, ancor più nude e inefficaci; e pronte a sommarsi a prossime immagini dello stesso, durissimo tenore.

Così può essere, fatalmente, anche per le più nobili e consolidate dottrine dei diritti umani: tutte fieramente occidentali, tutte così fallibili ed imperfette, eppure – come ripetutamente accade, e come sta avvenendo, del resto, anche nell'odierna questione siriana – capaci, se del caso, di giungere all'affermazione, di fronte alle prove conclamate dell'indicibile, della giustificabile possibilità di interventi armati. Così come – si potrà dire – aveva suggerito ante litteram, proprio in occasione del genocidio armeno, anche Henry Morgenthau, l'ambasciatore americano a Costantinopoli. Quelle dottrine e queste azioni, però, senza riflessione, senza memoria e senza coscienza culturale, rimangono ancora esposte al potere ambivalente delle immagini e delle auto-assoluzioni che queste possono consentire e perpetuare. Ed anche la lezione di Morgenthau, alla fine, può riuscirne del tutto e nuovamente stravolta.



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