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8 SETTEMBRE 1943/ La notte che ha cambiato le sorti dell'Italia

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Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)  Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)

E questo fu tutto. Tutto quello, cioè, su cui l'esercito italiano, dislocato sui fronti di guerra in tutta Europa, poté contare per decidere il proprio comportamento. Mai, nella storia, un comando supremo agì con tanta superficialità. Tutte le unità militari italiane, dal più piccolo reparto fino al comando di Corpo d'Armata, appresero la notizia dalla radio! Non esisteva un piano, non una parola d'ordine, non un documento d'istruzioni cifrate, non una busta sigillata da aprire all'ora X. Niente di niente. Solo quelle sibilline, assurde parole pronunciate da Badoglio alla radio: "Esse reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza". 

Il vecchio maresciallo non aveva avuto neppure il coraggio di impartire apertamente l'ordine: "Reagite con le armi a qualsiasi attacco tedesco". I nostri reparti, specialmente quelli dislocati in Egeo e in Francia, che non captavano la radio, si trovarono di colpo circondati dai tedeschi, armi spianate, ad intimare la resa.

E pensare che, nella notte tra l'8 e il 9 settembre, a Berlino si dava ormai per scontato di essere in trappola. "Considero cessate dalla lotta le nostre Divisioni in Italia", disse, alle 3 di quella notte, Hitler a Goebbels, matematicamente sicuro che, all'alba, le 16 Divisioni italiane avrebbero intimato la resa alle truppe tedesche.

E invece, all'alba del 9, visto che non succede niente, Kesselring, quasi non credendo ai propri occhi, fa battere sulle telescriventi la parola d'ordine del "piano Alarico", da tempo preparato dall'Okw (Oberkommando der Wehrmacht) in caso di tradimento da parte dell'Italia: "Asse".

Come un fulmine, i tedeschi entrano in azione dovunque: dai più piccoli presìdi alle grandi città. Ogni reparto conosce il proprio obiettivo. Di solito, accade questo: che, laddove vi sia una formazione militare italiana, anche una semplice stazione carabinieri, si presenta un sottufficiale tedesco che intima la resa e la consegna delle armi. Gli ufficiali italiani prendono tempo. Invano telefonano ai comandi di Corpo d'Armata o d'Armata per avere ordini. Non trovano nessuno. I più alti in grado si sono messi in borghese e sono scappati. Da quel momento, chi può scappare scappa. Per gli altri, per quelli che non ce la fanno (e saranno più di 300mila), sono in attesa i carri bestiame che li deporteranno in Germania.

Eppure la sproporzione di forze, specialmente attorno alla capitale, era enorme: a fronte di due Divisioni tedesche (la terza Panzerdivision, corazzata, a Nord, e la seconda Fallshirmdivision, paracadutisti, a Sud di Roma), gli italiani potevano dispiegare tre Corpi d'Armata forti di 8 Divisioni, di cui tre (la "Centauro", la "Ariete" e la "Piave") corazzate. Ma, senza un comando efficiente, anche la più formidabile macchina bellica è destinata a sfaldarsi.

Un'ora dopo l'annuncio della resa italiana, alle ore 21 dell'8 settembre 1943, la famiglia reale si trasferì da villa Savoia al ministero della Guerra, in via XX Settembre. Nella notte si svolse una riunione dei capi di stato maggiore i quali stabilirono che la capitale era "indifendibile", per cui occorreva "mettere in salvo il Re e il governo". Una fuga? Non necessariamente. 



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