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8 SETTEMBRE 1943/ La notte che ha cambiato le sorti dell'Italia

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Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)  Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)

Nel corso della stessa guerra, soltanto in Europa (quindi senza tener conto degli eventi sul fronte giapponese), almeno altri quattro sovrani, i Re del Belgio, dell'Olanda, della Jugoslavia e della Norvegia, con i rispettivi governi, si erano posti in salvo (o erano "fuggiti", a seconda dei diversi punti di vista) all'approssimarsi della terrificante macchina militare rappresentata dalla Wehrmacht di Hitler.

Lo stesso Re Giorgio d'Inghilterra, unitamente alla sua famiglia (dunque anche con la figlia Elisabetta, l'attuale sovrana) e all'intero governo, con alla testa Winston Churchill, nel caso in cui, nel 1941, i tedeschi fossero sbarcati in forze sul suolo della Gran Bretagna, avrebbe preso la via della "fuga". Il vertice dell'impero britannico sarebbe riparato nelle terre d'oltremare, in Canada, per potere, da qui, organizzare la riscossa. Il piano era pronto fin da prima dell'inizio delle ostilità.

Era dunque legittimo, secondo una fondata interpretazione storica, che Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio si ponessero al sicuro in Puglia, l'unica regione del Sud non ancora occupata dall'avanzata anglo-americana, allo scopo di garantire la sopravvivenza e la continuità dello Stato. Peraltro, secondo un differente punto di vista, il Re avrebbe dovuto restare a Roma, affrontando il proprio, inevitabile destino: cadere prigioniero dei tedeschi e finire in un lager, così come vi finirà tra pochi giorni sua figlia Mafalda (che morirà poi a Buchenwald). Non senza avere prima messo per iscritto la propria volontà di abdicare, non appena catturato, a favore del figlio Umberto, che avrebbe così guidato, dal Sud, la controffensiva.

E, per la verità, questo era precisamente, come ora vedremo, il punto di vista del principe ereditario, che − fosse dipeso da lui − sarebbe rimasto a Roma per guidare la resistenza contro i nazisti. Ma la storia d'Italia andò diversamente.

Alle 4 della notte, Badoglio svegliò Vittorio Emanuele, che si era assopito su un divano del ministero, e gli comunicò che bisognava partire immediatamente, perché c'era il rischio che, da un momento all'altro, i tedeschi facessero irruzione nel palazzo prendendo tutti prigionieri.

Fu a questo punto che il principe Umberto chiese al padre di lasciarlo restare a Roma, accanto al generale Calvi di Bergòlo, suo cognato, nominato comandante militare della capitale. Vittorio Emanuele III per un istante esitò, poi, di fronte alle lacrime della moglie, la regina Elena, insistette perché anche il figlio prendesse posto sull'auto reale che attendeva, col motore acceso, in via XX Settembre.

Mancavano pochi minuti alle 5, allorché il piccolo corteo si mise in moto preceduto e seguito da due pattuglie di carabinieri motociclisti. L'auto del Re inalberava il guidoncino dei Savoia. Il corteo imboccò, nella notte che volgeva ormai all'alba, la Tiburtina. Oltrepassò un posto di blocco tedesco, ma i militari, che solo tra pochi minuti riceveranno per radio l'ordine di disarmare gli italiani, vedendo le insegne reali, si irrigidirono sull'attenti. 



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