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8 SETTEMBRE 1943/ La notte che ha cambiato le sorti dell'Italia

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Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)  Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)

Perché il Re Vittorio Emanuele III, il governo Badoglio e tutti i capi delle Forze Armate lasciarono Roma nella notte fra l'8 e il 9 settembre 1943, abbandonando l'esercito italiano (una forza di due milioni di uomini) alla più rovinosa delle catastrofi? Fu una ignominiosa fuga, come da allora sostengono i nemici della monarchia, o fu una opportuna, ancorché drammatica decisione, presa a denti stretti nell'intento di salvare l'istituzione monarchica e garantire una continuità di governo al Paese, di fronte al rischio che i tedeschi, diventati improvvisamente padroni di Roma, arrestassero tutti, famiglia reale e governo, decapitando così l'Italia e cancellandola dalle carte geografiche?

A 70 anni dal più tragico evento della nostra storia, una risposta univoca non esiste, e le due interpretazioni storiografiche in conflitto trovano ancora ragioni che militano a proprio favore. 

C'è un mistero, nella tragedia dell'8 settembre, che nessuno storico è riuscito a svelare: perché gli americani non difesero Roma, lanciando nel cielo della capitale - come pure avevano promesso al momento dell'armistizio, firmato a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre, dal nostro plenipotenziario, generale Castellano - la 82ma Divisione aviotrasportata? Fu per malafede che Eisenhower lasciò nelle peste il povero Badoglio? O, ancora, tutta la colpa fu dei generalissimi italiani, i vari Ambrosio, Roatta e Carboni, inetti e pasticcioni? Centinaia di ricostruzioni storiche, decine di memoriali non hanno risposto con certezza a queste domande. Il lettore trarrà le sue conclusioni, dopo aver ripassato assieme a noi gli avvenimenti.

Che hanno inizio la sera del 7 settembre 1943, allorché giungono a Roma, a bordo della sacramentale autoambulanza, due alti ufficiali americani, raccolti in mare poche ore prima come finti prigionieri. Sono il generale Maxwell Taylor, giovane e atletico vicecomandante delle forze paracadutiste Usa, e il suo aiutante di campo, tenente colonnello Gardiner. Scortati in un ufficio del ministero della Guerra (pensate che indossano, in piena capitale nemica, le loro regolamentari divise!) attendono tre ore che si presenti il generale Carboni, comandante del Corpo motocorazzato e contemporaneamente del Sim, il servizio segreto militare. Finalmente l'azzimato ufficiale, notoriamente più pratico di alcove femminili che di piani segreti di guerra, fa il suo ingresso e viene verbalmente aggredito dai due americani, che hanno una fretta maledetta e vogliono sapere dove far atterrare i paracadutisti, poiché l'annuncio del "cessate il fuoco" tra italiani e Alleati è ormai imminente. Ma Carboni: "È impossibile! I tedeschi hanno occupato tutti gli aeroporti! Bisogna assolutamente rinviare la notizia dell'armistizio. Del resto, Castellano ci aveva assicurato che essa non sarebbe stata da voi diffusa prima del 12 settembre". 

Carboni, però, per quanto concerne le mosse dei tedeschi, è assai male informato. Come scriverà, nel suo libro di memorie, l'ambasciatore tedesco a Roma, Rudolf Rahn, "Kesselring aveva dato l'ordine di suscitare, con il trucco di automezzi fatti circolare rapidamente negli aeroporti, l'impressione di un apparato militare superiore a quello effettivo".



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