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8 SETTEMBRE 1943/ La notte che ha cambiato le sorti dell'Italia

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Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)  Reparti dell'esercito italiano prigioniero a Corfù (Immagine d'archivio)

Il corteo fece sosta al castello dei duchi di Bovino, a Crecchio (Chieti). Qui Umberto tornò alla carica: "Padre, permettetemi di tornare a Roma. Un giorno diranno che i Savoia sono scappati". Badoglio si intromise: "Altezza, non se ne parla neppure. Se i tedeschi ci prendono, ci tagliano la gola". Atterrita da quelle parole, intervenne ancora la Regina, in lacrime. E a quel punto, Vittorio Emanuele III troncò ogni discussione: "Tu vieni con noi. È un ordine! Non una parola in più".

Il corteo riprese la strada. Nella notte tra il 9 e il 10 raggiunse il porto di Ortona. Qui, allertata, era in attesa la corvetta "Baionetta". Il molo già rigurgitava di generali a tre e a quattro stelle. Roatta, capo di stato maggiore dell'esercito, in borghese, andava avanti e indietro, nervoso, con un mitra a tracolla. La nave da guerra salpò le ancore diretta a Brindisi, la nuova capitale del regno.

Le intimazioni di resa impartite dai tedeschi dopo la parola d'ordine lanciata da Kesselring ricevettero, attorno alla capitale, un netto rifiuto. La parola passava alle armi. I primi, feroci combattimenti si accesero a Porta San Paolo e lungo la Flaminia. A resistere erano i Granatieri di Sardegna (generale Solinas) e i carristi della Divisione "Ariete" (generale Cadorna). Non furono semplici scaramucce. Vennero distrutti decine di panzer e morirono centinaia di soldati, da entrambe le parti.

Alle ore 12 del 10 settembre, un ultimatum fu consegnato dal generale Westphal al generale Calvi di Bergòlo. Il testo recitava, secondo la più classica delle formulazioni hitleriane: "Se, entro le ore 16 di oggi, non sarà firmata la resa, si procederà al bombardamento a tappeto di Roma, l'acquedotto verrà inquinato e le truppe tedesche metteranno a sacco la capitale". Il generale Calvi decise di arrendersi.

A La Spezia, la Divisione "Alpi Graie" resistette fino all'11. A Bari resistette il generale Bellomo, e a Piombino 600 tedeschi trovarono la morte nel tentativo di sbarcare provenienti dalla Corsica. A Bastia caddero, nella difesa della città, 300 nostri soldati. Feroci combattimenti si accesero a Lero, a Zara, a Ragusa (Dubrovnik), dove il generale Amico cadde con le armi in pugno, e a Salerno, dove trovò eroicamente la morte il generale Ferrante Gonzaga. A Spalato, i carabinieri formarono il battaglione "Garibaldi" e, pur di non arrendersi ai tedeschi, si unirono alle bande di Tito. 

Ma fu una vampata presto spenta. Ovunque, gl'italiani dovettero cedere alla superiorità dei tedeschi: in Italia come in Francia, in Grecia e nello Jonio come nei Balcani e nelle isole dell'Egeo, mentre persino gli americani erano costretti a segnare il passo, dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre, inchiodati sulla battigia dal rabbioso contrattacco germanico.

Solo un reparto della Regia Marina non ottemperò all'ordine di consegnarsi agli anglo-americani, e contemporaneamente rifiutò di cedere le armi ai tedeschi: la Decima Flottiglia Mas, asserragliata al Muggiano (La Spezia), dove il comandante, il capitano di vascello Junio Valerio Borghese, dopo aver fatto issare il tricolore sul pennone, mise ai pezzi i propri uomini con l'ordine di aprire il fuoco contro il primo tedesco che si fosse azzardato a mostrare intenzioni aggressive. Nessun tedesco osò affrontare quel reparto. Le camionette della Wehrmacht continuarono a transitare per ore lungo la via Aurelia, dirette a Sud. 



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