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PIETRO BARCELLONA/ Un cercatore che si è messo sulle tracce di Dio (e l'ha trovato)

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Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)  Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)

Ma il cammino di Barcellona non si è arrestato. Dopo l'esperienza del comunismo egli s'è dovuto ben presto confrontare col "mostro del nichilismo". A lui, docente universitario e aperto alle istanze dei giovani, quella corrente culturale s'è mostrata immediatamente nei suoi effetti devastanti di indifferenza e apatia soprattutto sui ragazzi. «Ho avuto il terrore – ha raccontato – che si diffondesse nel senso comune l'idea che tutto vale nulla, che si diffondesse l'impossibilità di dare valore alle cose». Contro il nichilismo, Barcellona ha combattuto grandi battaglie intellettuali ed educative (pubblicando libri e articoli, promuovendo seminari, convegni, associazioni di studio).

Il Professore era un sostenitore accanito della categoria dell'esperienza. Ai propri allievi amava sempre ripetere che «l'esperienza non è un'astrazione, è l'accadere di una presenza». 

Incontrando sempre nuovi amici, nella schiettezza del rapporto con loro approfondiva le loro ragioni. È stato così che, in forza di alcuni incontri con personalità di fede (famosa una cena in trattoria quando alla fine di una lunga conversazione con un prete esclamò: «Sono contento, mi è sembrato di conversare con un vecchio compagno di partito», e il sacerdote di rimando: «E a me è sembrato di conversare con un amico di seminario») ha ripreso a considerare l'ipotesi cristiana, ma non come un'ipotesi intellettuale. «Non basta il pensiero di Dio, tipico di tanta filosofia anche contemporanea – diceva – per avere un rapporto con Dio». E aggiungeva «Posso parlare di Dio perché ho un rapporto con Gesù». E di questo Gesù aveva voluto cercare le tracce. Sia quelle storiche, sobbarcandosi un viaggio in Terra Santa, sia quelle attuali. «Cristo non è una teoria – ha scritto – è una incarnazione. E se è una incarnazione non può non essere una presenza». Agli amici credenti (sacerdoti o laici che fossero) non ha mai risparmiato il suo sguardo indagatore, per carpire il segreto della vita.

Catania gli deve tantissimo. Soprattutto per il suo impegno appassionato nella costruzione di un futuro che desse speranza ai giovani. Negli ultimi anni della propria vita, quando ormai era in pensione, aveva deciso di costruire una iniziativa di valore internazionale ("I Dialoghi d'Aragona") che richiamasse nell'Isola studenti e ricercatori da tutta Europa. Con generosità aveva messo a disposizione dei giovani che per 15 giorni l'anno si radunavano a Catania la propria competenza e il giro (larghissimo e autorevole) delle sue amicizie accademiche. Così per alcuni anni siamo stati abituati ad ascoltare nella città etnea i migliori maestri del pensiero europeo che venivano a dare ragioni di speranza per vivere e ricercare.



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