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PIETRO BARCELLONA/ Un cercatore che si è messo sulle tracce di Dio (e l'ha trovato)

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Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)  Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)

Fino agli ultimi giorni della sua vita, Pietro Barcellona ha combattuto la sua battaglia per squarciare il velo della menzogna e della insignificanza. Era un lottatore, indomabile. Un uomo pieno di passioni. Un cercatore di giustizia e di verità. Diceva di avvertire dentro di sé un "demone" che lo spingeva a "una lotta incessante contro l'insignificanza degli esseri umani e del mondo circostante". Per questo desiderio di «cose vere» aveva lasciato ancora giovane l'ambiente cattolico in cui era cresciuto ("Avvertivo la finzione della ritualità", confidò una volta) e si era tuffato nell'utopia comunista dell'«assoluto terrestre».

Non si fermava davanti agli ostacoli. Ne sanno qualcosa i nostri lettori che lo hanno seguito in questi anni. Non c'era fatto, bello o doloroso, che non lo colpisse. Non c'era vicenda politica o sociale che non cercasse di sviscerare. Con analisi sempre lucide e appassionate.

Era passato dagli studi di diritto alla politica attiva nella sua città, Catania. A metà degli anni 70 cominciò a ricoprire incarichi dirigenziali nel Partito comunista. Fu quello il periodo in cui l'intellettuale Barcellona si mischiò con gli operai, frequentando le loro mense e i quartieri periferici. Ogni volta che ripensava a quegli anni si commuoveva: erano stati il periodo della sua prima conversione. «Gli operai della Cesame - raccontò in un'intervista - si erano affezionati a me moltissimo, perché andavo a fare assemblea con loro in fabbrica nella pausa pranzo. Quegli operai mi avevano adottato: venivano a casa mia, giocavano con i miei figli. Da loro mi sentivo voluto bene. Con loro il comunismo mi sembrava una risposta alla mia domanda esistenziale: era uno stare insieme agli altri per costruire un futuro di salvezza. Salvezza umana, ma sempre salvezza».

Barcellona passò poi all'alta politica: parlamentare del Pci dal 1976 al 79, membro laico del Csm negli anni del sequestro Moro, presidente del Centro per la riforma dello Stato, fu successore di Pietro Ingrao. Furono, quelli, anni difficili per la storia della Repubblica, che l'intellettuale catanese visse da protagonista.

Poi arrivò la caduta del Muro e con essa la delusione per un "assoluto terrestre" che si frantumava. «Crollato il Muro - usava dire - sono crollato pure io». Era un mondo che aveva chiesto e preteso tutto dai suoi militanti e che ora si sbriciolava, mostrandosi menzognero. «Il motivo – racconterà dopo – per cui io mi sono pure ammalato è stata la disgregazione umana dei gruppi con cui ero abituato a vivere».

Quel rapporto si ruppe intellettualmente e anche affettivamente. «Perché non riesco a concepire - spiegò - il rapporto con una tradizione intellettuale senza vederla in qualche modo praticata e realizzata nelle persone che la professano».



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