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HILAIRE BELLOC/ Il "lungo viaggio" del grande amico di Chesterton

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Hilaire Belloc (Immagine d'archivio)  Hilaire Belloc (Immagine d'archivio)

Per Belloc il cristianesimo deve farsi cultura e non diventare subalterno al mondo, difendendo la Verità nella Carità.

Belloc mostrò, da cattolico minoritario come lo erano (e sono) gli inglesi, come si testimonia la fede in una società ad essa largamente indifferente, non solo non più cattolica, ma nemmeno più cristiana. Un cattolicesimo, quello inglese, che non ha conosciuto la Controriforma, e oggi che anche nel resto della Chiesa si può considerare definitivamente conclusa ed esaurita l’ultima eredità di quella stagione e si avverte l’esigenza di una nuova evangelizzazione, lo stile di Chesterton e Belloc appare di grande attualità. E’ un’apologia che si avvale del sorriso dell’innocenza e dei paradossi che smascherano le menzogne, grandi e piccole. Una testimonianza che non risente in alcun modo del tempo passato.

Belloc, poco prima di morire, nel 1953, fu capace di scrivere parole come queste: "Oggi c’è una tendenza alla tristezza, lo so, e uomini senza fede raccontano le cose che non hanno godute. Per conto mio non cederò a quest’abitudine. Io penserò di aver più perfettamente gustato nella mia mente ciò che può essere stato negato al mio corpo, e descriverò per me e per gli altri un piacere più grande di qualsiasi piacere del senso. Farò quello che hanno sempre fatto i poeti e i profeti e soddisferò me stesso con la visione, e (chissà) forse per mezzo di essa il Grifone dell’Ideale è stato reso migliore (se fosse possibile!) di quello che esso è realmente in questo mondo incerto e cattivo".

Belloc, per il suo temperamento indipendente e combattivo, era stato destinato ad essere un solitario, negato al posto fisso, all’inserimento negli schemi gerarchici, al comando e all’obbedienza. Aveva sbattuto le porte della politica, quando si era reso conto del livello di corruzione e corruttibilità raggiunto da essa. Si era trovata sbarrata la via della carriera accademica, e aveva risposto con una produzione saggistica di primissima qualità. Aveva amato intensamente una donna, Elodie, e ne era stato privato dal volere del destino in ancor giovane età. Aveva viaggiato a lungo, aveva percorse le vie del mondo. "Qualunque sia il motivo che spinge un uomo a un lungo viaggio nell’oscurità - aveva scritto - deve sempre essere un motivo straordinario". Per Hilaire era stato il desiderio di incontrare i segni della presenza di Dio nella storia umana. La speranza che mano a mano si faceva certezza dell’anima, capacità di comprendere e valutare esattamente la realtà. "La gloria (che, anche se gli uomini non lo sanno, si cela dietro ogni certezza) illumina e dà vita al mondo che noi vediamo e la luce vivente rende le cose reali che ora ci vengono rivelate, superiori a delle verità assolute: esse ci appaiono come verità attive e creative".



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