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JOSEPH ROTH/ Noi, orfani del "mondo di ieri"

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Il sarcofago dell'imperatore Carlo VI nella Cripta dei cappuccini (E. Kugler, Wikipedia)  Il sarcofago dell'imperatore Carlo VI nella Cripta dei cappuccini (E. Kugler, Wikipedia)

A detta della maggior parte degli studiosi, tuttavia, il capolavoro di questo autore − per metà legato al mondo ebraico cui apparteneva la famiglia materna e per metà a quello imperial-regio asburgico, nel quale era nato – è La Marcia di Radetzky: forse il romanzo meglio strutturato e anche il più impegnativo di Roth. All'insegna del mondo di ieri, per usare un'espressione di Stefan Zweig, ovvero del periodo conclusivo dell'impero austro-ungarico, questa narrazione ha per protagonista Carl Joseph Trotta, il nipote dell'eroe di Solferino che in tale battaglia salvò la vita al Kaiser Franz Joseph. Ma il giovane non si sente per nulla all'altezza del nonno e finisce perfino col lasciare l'esercito, pur restando a vivere all'estremo avamposto orientale dell'impero, dove s'era fatto trasferire prima di quella fatale decisione. Siamo perciò al crepuscolo d'una monarchia e d'una cultura, quella dell'Austria felix, destinata a svanire al termine della prima guerra mondiale, poco dopo la morte dell'uomo che incarnava il mito asburgico: quel "vecchio" Francesco Giuseppe di cui l'anziano padre di Carl Joseph assiste sia pure da lontano all'agonia, finendo poi ineluttabilmente per morire pure lui.

Sempre a proposito del più noto imperatore austriaco, recentemente è stata ripubblicata una raccolta di pezzi brevi rothiani  − Il secondo amore (Adelphi) −, fra cui primeggia il bel racconto: "Sua Maestà Apostolica Imperiale e Regia", in cui Roth ricorda la propria infanzia, quando, ogni estate, assieme ad una grande folla di viennesi devoti a Franz Joseph: "andavo a Schönbrunn alle sei del mattino pur di vedere l'imperatore in partenza per Ischl". Ma solo dopo una lunga attesa, ecco finalmente uscire dalla reggia l'anziano monarca, che: "curvo, stanco delle poesie e frastornato già di prima mattina dalla fedeltà dei sudditi (…) continuava a portare la mano alla cima del berretto in segno di saluto e annuiva sorridendo". La gente applaude entusiasta, grida sinceri evviva, si sente protetta da quel vegliardo e non può minimamente immaginare che entro pochi anni il grande impero dell'aquila bicipite verrà spazzato via per sempre. E osservando come la fine dell'Austria-Ungheria coincise di fatto con la scomparsa di Francesco Giuseppe, Roth è preso da autentica commozione, poiché "Il sole freddo degli Asburgo si spegneva, ma era stato un sole". 



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