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JOSEPH ROTH/ Noi, orfani del "mondo di ieri"

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Il sarcofago dell'imperatore Carlo VI nella Cripta dei cappuccini (E. Kugler, Wikipedia)  Il sarcofago dell'imperatore Carlo VI nella Cripta dei cappuccini (E. Kugler, Wikipedia)

Dovendo esprimere un giudizio sintetico sulla prosa di Joseph Roth (1894-1939), il più noto narratore di lingua tedesca della finis Austriae - ossia l'epoca che precede e segue la scomparsa del pluricentenario impero asburgico, venuto meno a seguito della sconfitta tedesca al termine della prima guerra mondiale -, penso valga sempre ciò che concisamente ebbe a dire di lui Ladislao Mittner: Roth fu davvero uno scrittore "per tutti". In grado cioè di soddisfare i critici e il vasto pubblico, gli intellettuali come i lettori comuni; sia le persone attente alla forma stilistico-espressiva sia gli amanti dell'intreccio, della trama, della fabula. Egli infatti fu contraddistinto in primo luogo dal dono di saper raccontare storie avvincenti, scritte in modo tradizionale, gradevole e scorrevole. Giorgio Manacorda non a caso lo ha chiamato un "narratore puro". Questa dunque è la ragione della sua popolarità ed al contempo della sua felicità di scrittura.

D'altronde un altro emerito studioso, qual è Claudio Magris, ci fa notare che Roth esula da ogni facile classificazione, sfuggendo così ad ogni etichetta di tipo letterario. È pur vero che, a causa dei suoi primi romanzi, i critici lo collegarono all'area della Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività). Ma il nostro autore non si può certo definire un mero realista, pur essendo in grado di tratteggiare con inconsueta abilità e sintesi descrittivo-evocativa - magari anche solo entro un breve paragrafo - l'atmosfera di una città, di un popolo, di un'epoca intera.

Due principalmente sono i filoni da cui egli trasse materiale d'ispirazione per i suoi libri. Quello cosiddetto asburgico, dove il tramonto dell'impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe diviene metafora d'uno smarrimento generale/epocale e dove non è appena la patria a venir meno ma la stessa ragion d'essere, in un mondo che i personaggi di Roth non riescono più a riconoscere o abitare. E quello cosiddetto ebraico; non solo e non tanto per i temi legati all'ambiente tradizionale/culturale degli ebrei nell'Europa centro-orientale, ma soprattutto per la figura quasi archetipica dell'ebreo errante: esule e sradicato sempre ed ovunque, nonché co-stretto ad un eterno peregrinare. Tale senso di perdita e mancanza di radici non appartiene quindi solo al primo filone ma pure al secondo. E forse lo scritto più sofferto ed intenso di Roth è proprio Giobbe: romanzo d'umanissima pietas, dove viene narrata la misera esistenza del maestro talmudico Mendel Singer che, messo alla prova da Dio similmente al Giobbe biblico, come questi resta fedele all'Onnipotente pur nella disgrazia riottenendo infine, col figlio perduto, la serenità.



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