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IDEE/ dalla famiglia all'impresa, la "rottamazione" morale è destinata a fallire

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Ricordiamo, a scanso di equivoci, che dando alla famiglia rilievo normativo-istituzionale, il diritto non ha mai negato il fatto che esista una sfera extra-familiare dell'agire e del vivere umano che sia effettiva e meritevole di attenzione, ma l'ha sempre considerata inadeguata ad esprimere compiutamente le esigenze e le necessità antropologiche fondamentali (diversamente, non mancherebbero ripercussioni negative sulla società). Per questo non bisogna confondere i due piani.

Oggi, del resto, la crisi economica mette in luce aspetti portanti e ineludibili della famiglia come nucleo portante della società: in essa si trovano i legami di solidarietà e cooperativistici che fanno delle nostre piccole e medie imprese l'ossatura dell'economia italiana, frutto di un patto fra "generazioni" che solo recentemente il nostro legislatore ha avuto la sensibilità di recepire (si pensi all'istituto dei patti di famiglia, introdotti solo nel 2006 nel nostro codice civile e, purtroppo, scarsamente utilizzati).

Come ha sottolineato Giulio Sapelli in un suo recente libro dedicato alla piccola impresa, "essa è fondata sulla famiglia e sulla persona, vive, soffre, muore e rinasce come persona-famiglia-impresa". Ci si dovrebbe interrogare su quali conseguenze economiche potrebbe portare una cultura che tende sempre più a mortificarla, attraverso una mentalità egoistica che propaganda con forza la disgregazione della famiglia stessa, soprattutto nella suo meccanismo riproduttivo naturale: avere figli. A conferma di questo orientamento, di recente abbiamo assistito, in sede di Parlamento europeo, al tentativo scampato di far approvare una risoluzione volta a promuovere aborto, fecondazione artificiale, attacco all'obiezione di coscienza dei medici e riconoscimento di diritti "gender".

Aspetto ancor più preoccupante è l'idea, ormai ampiamente diffusa, secondo la quale la finanza sia necessariamente un male "intrinseco" all'economia, senza considerare il fatto che gli strumenti di cui si serve sono "neutri" ed è, casomai, il fine per il quale li si adopera a dover essere valutato e censurato (la responsabilità è personale, del resto). Ne è così derivata la nefasta idea che l'economia o è "sociale" oppure è "speculativa", idea che proprio Benedetto XVI ci ha suggerito di superare nella Caritas in Veritate, indicandoci che è proprio nei rapporti economici a dover essere al centro l'uomo, così da superare l'archetipo secondo il quale solo l'economia sia il luogo ove si realizza la ricchezza ed il "sociale", invece, il luogo dove possono collocarsi principi di solidarietà e di redistribuzione del profitto.

Ci auguriamo che gli impavidi "rottamatori", anziché lasciarsi andare a generiche affermazioni di rivendicazioni di diritti, si interroghino sulle reali tutele che la nostra società dovrebbe trovare a livello politico. Prima ancora, sarebbe utile che facessero un salutare esercizio di umiltà, volto a formarsi di più e meglio, così da eliminare il rischio non aprioristico di esprimere idee appoggiate sull'argilla.



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