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LETTURE/ Alla politica fa meglio la fede o lo scetticismo?

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Michael Oakeshott (1901-1990) (Immagine d'archivio)  Michael Oakeshott (1901-1990) (Immagine d'archivio)

Inserito in un orizzonte di redenzione esclusivamente mondana, l'uomo si trova pertanto alla mercé del potere. La persona è completamente suddita di una politica "illimitata" e di un governo che è "competente su tutto". "Onnicompetenza" e "capillarità" dell'attività di governo – sempre proiettata su un indefinito futuro e mai attenta al presente – sono allora i sintomi più evidenti di un modo di fare politica in cui lo Stato attua una continua vessazione sulla società. 

Al contrario, nella politica dello scetticismo è intimamente presente una "prudente diffidenza" verso l'attività di governo, che, se non può mai essere rivolta al perseguimento della perfezione umana, deve altresì essere necessaria ad attenuare l'asprezza del conflitto tra interessi e desideri contrastanti all'interno di ciascuna società. Rifuggendo sia l'anarchia sia un individualismo radicale, lo scettico – secondo l'autore – è a favore non tanto di un governo debole, quanto piuttosto di un governo minimo: ossia un governo che rispetti ciò che già pre-esiste nella società. 

La riflessione di Oakeshott, tuttavia, non si limita a descrivere i caratteri di entrambi questi "idealtipi", che rispecchiano quella irrisolta tensione costitutiva dello Stato moderno tra societas e universitas (già al centro dell'attenzione del filosofo inglese). Egli, infatti, ne sottolinea i pericolosi eccessi, così come le più evidenti debolezze. Elementi che hanno reso sempre indispensabile il bilanciamento reciproco tra la "politica della fede" e la "politica dello scetticismo". Un bilanciamento rinvenuto in quello che egli definisce "il principio del mezzo in azione", attraverso cui il governante può tenere con appropriatezza e moderazione la "barca" della politica "in stato di equilibrio". 

Con La politica moderna tra scetticismo e fede ci viene offerta l'opportunità di scoprire per la prima volta, approcciare nuovamente o conoscere meglio il pensiero di un autore – giustamente annoverato tra i massimi esponenti del pensiero conservatore del secolo scorso – raffinato e complesso che ha offerto illuminanti intuizioni sulla politica. Proprio quella politica che, in un famoso brano della sua Introduzione al Leviatano di Hobbes, Oakeshott – con ironia e molta assennatezza – definiva "una forma di attività umana di second'ordine, non un'arte e neppure una scienza". 



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