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GLI ANNI SPEZZATI/ Da Mario Sossi a Moro, dietro le Br c'erano Urss e Stati Uniti

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Mario Sossi (Immagine d'archivio)  Mario Sossi (Immagine d'archivio)

L'atteggiamento del mondo politico fu freddo, interessato, e sicuramente inadeguato alla gravità della situazione. Sia l'allora segretario della Dc Fanfani, sia il ministro dell'Interno Taviani (presidente del Consiglio era Rumor, ma chi decideva tutto era il genovese Taviani), sia il Pci di Berlinguer non intendevano a nessun costo cedere al ricatto delle Br, fosse pure a rischio la vita di un servitore dello stato come Sossi, che aveva fatto sempre e soltanto il suo dovere. Da qui l'ordine di scuderia ai mezzi di comunicazione (in primis la tv di Stato, allora le tv private non esistevano) di porre una pietra tombale sul sequestro in corso. Visti inutili i suoi tentativi di farne parlare i telegiornali, Grazia Sossi, su suggerimento di una sua cara amica, ebbe l'idea di rilasciare una clamorosa intervista alla tv svizzera. Avrebbe dichiarato che, nel momento in cui, con il referendum anti-divorzio, il governo intendeva salvare le famiglie italiane, con il bavaglio imposto ai mezzi di comunicazione sul rapimento Sossi, stava distruggendo la sua. Questo fu quanto Grazia disse al giornalista della tv di Lugano, mandato a Genova con la troupe da Enzo Tortora, al quale mi ero rivolto in virtù della nostra antica amicizia e colleganza. L'intervista fu un boom. I giornali la ripresero con i titoli in prima pagina e l'opinione pubblica si schierò massicciamente per la salvezza di Sossi.

 

Come pensa sia stato rappresentato Sossi? Come invece Coco, con quel suo "no" al "ricatto" delle Br che può sembrare quasi "disumano" rispetto al fatto che c'è in gioco la vita di un uomo, tanto più che si tratta di un amico?

Qui va chiarito un punto fondamentale della vicenda. Coco agì con estrema intelligenza e arguzia. E anche Sossi, che, dal "carcere del popolo", aveva fatto capire ai suoi carcerieri che non spettava ai politici, ma alla magistratura, ossia alla Corte d'assise d'appello di Genova, decidere la liberazione dei loro compagni. Appena lesse questa frase, contenuta nel "comunicato numero 5" delle Brigate rosse, l'avvocato Francesco Marcellini, legale della famiglia Sossi, capì immediatamente che il suggerimento non poteva che essere stato dato ai suoi carcerieri dallo stesso Sossi. Si affrettò quindi a presentare alla Corte d'assise d'appello di Genova un'istanza per la concessione della libertà provvisoria ai detenuti della 22 Ottobre. La Caa, presieduta dal dottor Beniamino De Vita, emise l'ordinanza tanto attesa dai brigatisti, "a condizione della liberazione e dell'incolumità del dottor Sossi". Quella parola ("incolumità"), concordata tra Coco e De Vita, fu determinante. Lo comprese perfettamente Sossi, leggendo il dispositivo della sentenza sui giornali che i suoi carcerieri gli avevano fatto vedere. E difatti, la prima cosa che fece, appena liberato, fu di farsi portare al pronto soccorso dell'ospedale di San Martino, dove accertarono due costole fratturate e altre varie lesioni. Per cui non era "incolume". E pertanto gli ergastolani restarono in carcere. Frattanto, Coco aveva impugnato l'ordinanza, chiedendone – e ottenendone – l'annullamento in Cassazione. Ma ormai Sossi era libero.

 

Settimana scorsa ci ha detto che la morte di Calabresi, se fosse stato sotto scorta, si sarebbe forse potuta evitare. Pensa che si possa dire la stessa cosa rispetto al rapimento di Sossi e alla morte di Coco?




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COMMENTI
15/01/2014 - E... (luciano dario lupano)

E i sigg. comunisti, i nipotini sono ancora peggio, hanno condannato con fermezza non chiacchierante o sotto sotto speravano che finalmente si realizzasse l'agognato Sole dell'Avvenire socialista?