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LETTURE/ È stata davvero l'Italia a provocare la Grande guerra?

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Proprio la vicenda controversa della guerra di Libia, però, sta qui a dimostrare quanto entrambe le affermazioni debbano necessariamente essere sfumate, cosicché non è possibile individuare un'unica causa scatenante, una "scintilla" esclusiva responsabile di quanto seguì. 

Fu la guerra italo-turca, infatti, a vedere un gran numero d'innovazioni tecnologiche in campo militare – tra le quali l'uso dell'aeroplano per i bombardamenti e le ricognizioni – e il loro fallimento di fronte ad una guerriglia che già un secolo fa era in grado di neutralizzare il potenziale bellico di una potenza industriale. In questo senso, il conflitto italo-libico è da considerarsi "moderno" perché fu il primo a dimostrare, ben oltre le rivolte sudanesi del Madhi e del Mad Mullah represse da Kitchener quindici anni prima, come la forza sociale della religione, espressa dalla confraternita senussita, fosse un elemento fondamentale per condurre una resistenza contro un avversario tecnologicamente superiore.

È vero che Giolitti dichiarò guerra alla Turchia per un prioritario interesse di politica interna, collocandosi in questo senso nella scia della tradizionale attitudine (piuttosto velleitariamente) aggressiva dell'imperialismo crispino – si pensi, ad esempio, alla lettura retorica e "letteraria" che di quest'ultimo è stata proposta a suo tempo da Roberto Battaglia in La prima guerra d'Africa (Torino 1958). Con tutto ciò, non è però possibile dimenticare – come correttamente si guardano bene dal fare gli autori – che senza l'appoggio della Germania, l'Italia non si sarebbe mai avventurata nell'impresa di Tripoli.

In tal modo, però, il conflitto italo-turco va primariamente inserito nel più generale quadro di rivalità che vedeva contrapporsi, in Europa, da una parte l'Inghilterra e la Francia (che non a caso fornì aiuti alla Turchia) e, dall'altra, la Germania e i suoi alleati. A partire dal conflitto anglo-boero del 1899-1902, non erano certo mancate le occasioni di attrito tra le grandi potenze, a partire dalla due crisi marocchine (1905 e 1911) e la convinzione di un'imminente deflagrazione a livello europeo era diffusa in tutto il continente, come descrive con dovizia di particolari, ad esempio, lo storico inglese Niall Ferguson nel suo La verità taciuta (tr. it. Milano 2002). 

L'attacco alla Libia dimostrò, forse, più la capacità di Antonio Giolitti di sfruttare a proprio vantaggio una delicata situazione internazionale, in linea con la plurisecolare tradizione diplomatica italiana, piuttosto che l'incoscienza di uno statista che, solo due anni più tardi, avrebbe raccomandato al Regno d'Italia di astenersi dall'entrare nel conflitto mondiale, perché in tal modo si sarebbe ottenuto "parecchio".

I decenni seguenti e le drammatiche vicende belliche del Secolo Breve, evidentemente non solo nostrane, avrebbero, purtroppo, dato ragione all'inascoltato consiglio dell'uomo di Dronero.



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