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LETTURE/ La ricerca dei pagani e la "nostalgia" della creazione

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Un giorno, racconta Esiodo, mentre faceva il pastorello sulla montagna ebbe all'improvviso l'apparizione delle Muse, che gli assegnarono un compito: "mi diedero come scettro un ramo di alloro fiorito, appena staccato, bellissimo; e mi ispirarono un canto profetico". L'antico poeta ha dalla teofania delle Muse l'incarico di raccontare il principio, l'arché, non solo degli dèi ma di tutta la realtà. 

È, questo dell'arché, il problema che nei secoli successivi impegnerà i primi sapienti, gli scienziati-filosofi della Ionia: l'acqua di Talete, e poi l'aria, il fuoco… Il principio sarà individuato in un elemento, qualcosa che c'era già inspiegabilmente e da cui tutto è derivato in un modo che rimane comunque oscuro. Secondo Esiodo, che per ordine divino raccoglie e sistematizza miti e credenze dagli echi remoti, per primo ebbe origine Caos, etimologicamente il vuoto, l'abisso; poi gli esseri primordiali, alcuni nati da sé, altri per partenogenesi, altri uniti da Eros, poi le generazioni divine in lotta violenta fra loro, figlio contro padre, dèi celesti contro dèi sotterranei. 

Nella memoria divenuta mito trova spazio lo scontro fra le tribù elleniche, indeuropee, e le popolazioni già stanziate in Grecia, quei popoli mediterranei che onoravano divinità della terra: la sovrapposizione degli dèi vincitori sui vinti richiederà secoli perché si arrivi ad un sincretismo o ad identificazioni: e sarà Eschilo a trasfigurare questo difficile passaggio nelle tragedie in cui gli uomini avranno bisogno di divinità concordi per sapere dove stanno la giustizia e il bene. 

In Esiodo la pacificazione non è ancora avvenuta, sui nemici ha trionfato stabilmente l'ultimo vincitore, Zeus. Eppure è caratteristica della singolare religiosità greca l'idea che dalla lotta, dalla sopraffazione violenta, abbia origine non il disordine della tirannia, ma il kosmos: una straordinaria parola che significa universo, ordine e bellezza, in cui ogni essere e ogni popolo ha il suo posto, tanto che perdere il senso del proprio limite non è solo una colpa personale, ma rovina la bellezza dell'insieme.  

Religiosità singolare, si diceva. Il fatto è che l'uomo antico percepisce la bellezza del mondo in cui vive: e anche quando non giunge a concepire un disegno originario di bellezza, l'esperienza del bello lo porta a credere in un esito positivo perfino del disordine violento.

Sarà compito di Platone fare un passo più oltre, ricercare una volontà di bellezza nella vicenda delle origini. Dialogando con Socrate su questo tema nell'opera che porta il suo nome, Timeo propone di  "accettare un mito verosimile, senza cercare più in là". E poiché Socrate si dichiara d'accordo, inizia  a esporlo. 



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