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GIULIA DI BAROLO/ Qual è il "segreto" dei grandi cristiani torinesi?

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La cattedrale di San Giovanni Battista a Torino  La cattedrale di San Giovanni Battista a Torino

I Gesuiti predicano una spiritualità diversa da quella settecentesca dai toni cupi, dalle analisi complicate e pedanti e dai difficili metodi di preghiera. I discepoli di Ignazio propongono un modello di vita cristiana semplice e incentrato sui doveri del proprio stato (la conformità alla volontà di Dio), ricca di devozioni che parlano non solo alla mente ma anche al sentimento. L'attenzione ai poveri, ai malati, agli indigenti è posta quale condizione indispensabile per compiere la volontà di Dio. L'educazione va guidata con amorevolezza, paternità spirituale, zelo incessante, buone maniere e per essere efficace deve essere "abilitante" e cioè fornire gli strumenti per trovare lavoro e sfuggire alla mendicità. 

Leggere, scrivere e far di conto da questo momento diventano un requisito indispensabile in ogni iniziativa caritativa. Niente di più sbagliato, dunque, che pensare ai cattolici di quegli anni come ai sostenitori dell'ignoranza, come purtroppo per molto tempo (ora fortunatamente non più) la storiografia liberale ha sentenziato. 

Per il perseguimento della nuova spiritualità centrata sulla carità sono necessari nuovi pastori. Non bastano i preti solo dediti alle funzioni religiose o in cerca di prebende remuneratrici, occorrono sacerdoti capaci di parlare al popolo. Il Convitto Ecclesiastico è precisamente il semenzaio ove cresce una nuova generazione di sacerdoti. Qui, alla scuola di Pio Brunone Lanteri e di don Luigi Guala – personalità molto legate alla spiritualità ignaziana – si formano il Cafasso (che poi del Convitto diverrà il direttore), don Bosco e molti altri sacerdoti impegnati nelle opere sociali, dagli oratori alla cura delle ragazze che oggi diremmo "a rischio", quelle di cui si occupa in specie Giulia di Barolo. Si tratta spesso di figure, come ad esempio il teologo Giovanni Battista Borel, pressoché sconosciute ma che hanno spesso svolto un ruolo prezioso e discreto, ma strategico per unire le forze. È proprio don Borel, direttore spirituale presso gli istituti della marchesa Barolo, che presenta don Bosco alla nobildonna che lo aiuta nei primi difficili inizi e sarà lo stesso Borel a garantire il giovane sacerdote di Castelnuovo circa l'apertura dell'Oratorio.

La "riconquista dei cuori" e il "servizio alle persone" non è possibile se non si dispone anche di un modello organizzativo ed operativo adeguato. E' questo il terzo tassello della specificità della carità torinese. Le opere dei marchesi di Barolo e del Cottolengo segnano una significativa svolta nel gestire la carità che non può essere non solo "soccorrevole" o occasionale, ma da gestire secondo criteri che oggi ciremmo "imprenditoriali". 

Ogni loro opera (da quelle animate a favore delle donne da Giulia, alle iniziative educative del marito Carlo Tancredi) è infatti studiata alla luce della documentazione attinta da esperienze già realizzate in specie all'estero, è programmata secondo un piano distribuito nel tempo, dispone di finanziamenti certi (in qualche caso anche mediante l'intervento dello Stato) ed è affidata per la gestione a personale esperto. 



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