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LETTURE/ Giornata della memoria, riaffiorano gli italiani "dimenticati"

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I campi di concentramento nazisti avevano come finalità, fin dal loro primo comparire in Germania (già all'inizio degli anni Trenta), di rieducare secondo questa stessa pedagogia ribaltata che, proprio in quegli anni, l'inglese Aldous Huxley denunciava nel suo romanzo fantascientifico Il mondo nuovo (1932), facendo dire al protagonista di preferire Dio, la poesia, la libertà, il pericolo reale, la bontà e il peccato alla garanzia di una felicità procurata e pianificata dallo Stato: nei campi nazisti anche il lavoro non aveva «una finalità prettamente economica, quanto piuttosto "pedagogica": doveva semplicemente servire a punire il detenuto, umiliandolo, e a correggerne, piegandone ogni resistenza morale, gli atteggiamenti in contrasto con il nazismo» (p. 21).

In un colloquio avuto di recente, l'Autrice mi ha detto che chi, come i venti autori presi in esame, ha voluto raccontare la propria esperienza, ha dovuto meditare, perché non è possibile «riempire a caso la pagina bianca», nemmeno con un sentimento che non abbia, come si espresse un altro deportato, «radici profonde nell'animo umano» e che sia «una passione labile e caduca» (p. 10). Ed è davvero difficile negare che è proprio la mancanza di meditazione ciò che il nostro mondo si porta dietro come eredità degli errori ideologici che, alla metà del Novecento, produssero i lager e il gulag: la negazione dell'uomo come persona, cioè come ente il cui limite non può essere umanamente redento, contrassegna il nazismo e il comunismo e lascia sulla storia contemporanea un'ombra che sarebbe troppo facile sostenere essere stata arginata, se oggi, nel cuore dell'Europa, si può parlare di eutanasia sui bambini senza provare nemmeno un senso di vergogna.

Era invece privo di retorica, ma centrato sull'apologia dell'uomo come persona, il senso della riflessione di Hetty Hillesum, l'ebrea olandese della quale nel 2013 ricorreva il settantesimo della morte (avvenuta ad Auschwitz il 30 novembre 1943), quando scriveva, nei primi anni Quaranta del Novecento: «se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero». Il che era quanto dire che l'uomo, prima di essere parte di un'ideologia imposta dallo Stato, ha un valore che trascende tutto ciò. Ma era anche una risposta anticipata alle considerazioni di Carlo Levi del 1950 sull'impossibilità della poesia dopo Auschwitz, che invece, Theodor W. Adorno, nel 1966, avrebbe intuito restare possibile, anche se nella forma di un'arte «non serena» e (non per questo) meno umana.



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