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GIORNATA DELLA MEMORIA/ Levi e Vittorini: la storia non è una predica

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Auschwitz (Infophoto)  Auschwitz (Infophoto)

Troppo ingenuo cavarsela con la teoria delle "mele marce": il male commesso dagli altri porta a galla una abissale possibilità di male che segretamente abita in noi: «Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos'è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos'è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell'uomo? Che non appartenga all'uomo?».

Questa tendenza congenita al male la chiamavano "peccato originale", ma da un po' di tempo è una categoria fuori moda, e preferiamo riversare ogni «offesa» sui mostri che additiamo fuori di noi. Già Manzoni osservava come Robespierre avesse imparato «che l'uomo nasce bono, senza alcuna inclinazione viziosa; e che la sola cagione del male che fa e del male che soffre, sono le viziose istituzioni sociali. È vero che il catechismo gli aveva insegnato il contrario, e che glielo poteva insegnare l'esperienza. Ma il catechismo, via, non occorre parlarne; e l'esperienza, tutt'altro che disprezzata in parole, anzi esaltata, raccomandata, prescritta, era, in fatto, da quelli che non si curavano del catechismo, contata e consultata quanto il catechismo»

È «l'esperienza» a mostrarci come il male fatto e subito riguarda non appena la sua emergenza contingente ma – lì dentro – la sua radice in noi. Così, quando Vittorini racconta un'agghiacciante rappresaglia dei nazifascisti, che a Milano, nel '44, ammazzano dieci partigiani per ogni ucciso dei loro, un attimo dopo aver urlato contro quella disumanità che i tedeschi «sono cani», non si ferma a una sacrosanta indignazione e cerca di «sapere un'altra cosa. Non se il gemito è nell'uomo. E come sia nell'uomo. Ma se è nell'uomo quello che essi fanno quando offendono». Mentre un partigiano viene orribilmente sbranato da un cane, Vittorini non trattiene la domanda capitale: quella violenza «è nell'uomo?». Vale a dire: è in me?

In una lettera del '47 lo scrittore faceva notare al francese Michel Arnaud che «il titolo italiano di questo romanzo "Uomini e no" significa esattamente che noi, gli uomini, possiamo anche essere "non uomini". Mira cioè a ricordare che vi sono, nell'uomo, molte possibilità inumane. Ma non divide l'umanità in due parti: una delle quali sia tutta umana e l'altra tutta inumana. Il titolo francese "Les hommes et les autres" opera invece tale divisione, e disturba lo stesso contenuto del libro». Per l'autore «è un titolo sbagliato», dal momento che – come leggiamo in un articolo sempre del '47 sul «Politecnico» – «non esistono, insomma, "uomini" e "non-uomini"; e come il sottosuolo dostoievskijano, nelle sue profondità coscienti e non coscienti, è comunque in potenza a tutti gli uomini, così i "delinquenti", i "criminali", non sono individui di "altra specie" tra noi». Avverte infatti Vittorini che «la capacità di assassinare può (cioè) manifestarsi nell'uomo a un livello morale anche non barbarico, non primitivo né sublime, non da Clitemnestra né da Macbeth né da Amleto né da Karamazov, ma semplicemente da ragioniere di commediola borghese, e assestarsi nella "civilizzata" esistenza dei nostri giorni con la banalità stessa di un acquisto in drogheria. Il "non-uomo" è in noi».



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COMMENTI
30/01/2014 - titolo (luisella martin)

Un bell'articolo il cui titolo è illuminante, avvertendoci da subito che non possiamo tenerci fuori dalla storia. Eppure lo facciamo spesso, subito "dopo" avere constatato il fallimento delle imprese di "altri", imprese che avevamo precedentemente esaltato. La tentazione di "fare la predica" non appartiene solo ai vincitori, ma anche ai vinti, a tutti gli uomini e quindi all'uomo. Penso alla nomea - che ci hanno attribuito i nostri alleati tedeschi - di essere un popolo traditore. Mi piacerebbe che si facessero trasmissioni televisive per educarci alla responsabilità; ho l'impressione che Rai-storia sia utilizzato più per fare prediche che non per educare alla storia.