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GIORNATA DELLA MEMORIA/ Levi e Vittorini: la storia non è una predica

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Auschwitz (Infophoto)  Auschwitz (Infophoto)

La storia non è una predica: non insegna quello che non dovrebbe succedere, quello che non bisogna fare, ma incide a fuoco quello che è successo, quello che siamo (stati) capaci di fare. E non è detto che, come spesso si afferma retoricamente, conoscere gli errori del passato serva a non ripeterli: anzi, certi orrori potrei avere il cuore di piangerli, ma anche di commetterli. 

Se la giornata della memoria fosse l'ennesima occasione per dividere il mondo in buoni (che ovviamente siamo noi) e cattivi (sempre gli altri), e magari per ergerci a inutili maestri, non faremmo memoria di niente; non ci scopriremmo addosso una triplice contemporanea commozione: per gli ebrei, per i nazisti e – di riflesso – per noi stessi, per quanto troviamo di noi nella somiglianza con questi ultimi e tra le lacrime per i primi. 

Basterebbe leggere come Primo Levi ci mette in guardia dall'«esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro"», usando lo «schema» della «bipartizione amico-nemico». Va ammesso che «la storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi». Sulla base di «questo desiderio di semplificazione» presumiamo di leggere la tragedia di Auschwitz come se si trattasse di «un mondo terribile ma decifrabile», conforme al modello «"noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto»: mostri sono gli altri, mentre noi avremmo saputo cosa fare e da quale parte stare. Eppure Levi racconta che «l'ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro». Perfino nella normalità delle azioni quotidiane, molto prima degli eventi fatali, stazioniamo nella «zona grigia» della complicità col male: ci sentiamo legittimati a scagliare la prima pietra contro il colpevole di turno, ma in realtà «la sua ambiguità è la nostra, connaturata», sebbene «anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti».

Se qualche racconto o qualche film ci farà rabbrividire di vergogna e di pietà, ci chiederemo anche noi con Levi «se questo è un uomo». Ma Elio Vittorini alza il tiro, e in Uomini e no scoppia di domande: «L'uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all'offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch'era, in lui, per renderlo felice. Questo è l'uomo. Ma l'offesa che cos'è? È fatta all'uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L'oppressione?»



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COMMENTI
30/01/2014 - titolo (luisella martin)

Un bell'articolo il cui titolo è illuminante, avvertendoci da subito che non possiamo tenerci fuori dalla storia. Eppure lo facciamo spesso, subito "dopo" avere constatato il fallimento delle imprese di "altri", imprese che avevamo precedentemente esaltato. La tentazione di "fare la predica" non appartiene solo ai vincitori, ma anche ai vinti, a tutti gli uomini e quindi all'uomo. Penso alla nomea - che ci hanno attribuito i nostri alleati tedeschi - di essere un popolo traditore. Mi piacerebbe che si facessero trasmissioni televisive per educarci alla responsabilità; ho l'impressione che Rai-storia sia utilizzato più per fare prediche che non per educare alla storia.