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CARCERI/ Il vero nemico è la "prigione" dell'anima

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Ordinariamente, quindi, il "cambiamento" è strutturato come un percorso di progressione verso il recupero: dal male, costituito dal reato, si cerca, attraverso degli strumenti previsti dalla legge (lavoro interno ed esterno, permessi premio, attività ricreative e sportive, semilibertà, ecc..) di giungere, nel tempo, ad una rivisitazione, da parte del condannato, della propria pregressa condotta deviante con una rielaborazione del futuro in termini di progettualità positiva volta al reinserimento sociale.

Tutto ciò è indubbiamente positivo ed è certamente utile ed importante per non concepire e vivere la sanzione penale nel suo solo aspetto meramente retributivo. Tuttavia sono dell'avviso che il vero cambiamento, il vero recupero, il vero dolore per il male commesso e il vero desiderio di conversione dell'io sono "avvenimenti" che, spesso, non implicano gli automatismi e il tempo di un progetto, anche buono, ma avvengono "subito", nell'istante di uno sguardo, anche se, poi, può essere necessario il tempo della comprensione di ciò che è accaduto, del perdono inatteso, di un giudizio nuovo.

Mi è capitato, infatti, nell'esperienza del lavoro, di incontrare persone condannate che, dopo aver seguito tutta la trafila delle tappe "rieducative" e dopo essere state scarcerate, sono di nuovo  ricadute nella devianza. Diversamente, ho visto persone, ancora all'inizio del loro percorso trattamentale, cambiare in un momento, aprirsi in un pianto commosso alla vera identità di sé: e questo solo per uno sguardo, per una parola, per un gesto; uno sguardo, cioè, che pur non banalizzando il male da loro commesso, non le "congelava" in una definizione giuridica o criminologica, non le riduceva al limite della loro azione od omissione. Se una persona, infatti, all'interno di un rapporto con un "tu" capisce che la propria identità più profonda non è definita dal male commesso, allora si apre all'esperienza autentica del dolore, del dolore sincero che schiude l'io all'autentica speranza del cambiamento.

Si può fare di tutto per i detenuti: iniziative culturali, lavori socialmente utili, rappresentazioni teatrali, partite di calcio, laboratori artigianali, bande musicali, amnistie ed indulti. Tutto positivo, ma può ancora mancare l'io. E l'io, per i condannati come per i liberi, per i giusti come per gli ingiusti, per i sani come per i malati, rinasce solo nell'incontro con un "tu". Ed è questo "tu", la parola più semplice ed assieme più difficile, nella mentalità dominante, da riscoprire. Perché il "tu" vuol dire presenza di "Altro" a me, proprio a me, e noi non sappiamo più, oggi cos'è, o meglio, chi è, una "presenza". 



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