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CARCERI/ Il vero nemico è la "prigione" dell'anima

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Si possono fare tante cose belle e buone in modo impersonale, in modo non presente, da "professionisti" del bene, senza "esserci": il detenuto allora può diventare un pretesto per mettere a posto la propria coscienza oppure per affermare, ancora una volta, se stessi, per dimostrare che, in fondo, siamo buoni. Il tu presente non è la pacca sulla spalla, non è il "…dai che ce la fai", non è " ..io sono qui per te", è l'irrompere dell'irripetibile, di qualcosa di nuovo, che genera una commozione dell'io, che lo cambia scalzandolo "da sotto", "più in fondo" della sua tristezza, dissipatezza o dimenticanza. Anche un bel tramonto o è un "tu" o ha lo stesso spessore, la stessa consistenza opaca di una cartolina.

Ecco: lo scopo del libro, anche attraverso altre testimonianze che, per brevità, non ho citato, è proprio quello di reimpostare oggi il problema della giustizia in termini educativi. Non ci sono solo regole da definire, procedure da semplificare, ma anche e, soprattutto, domande da porsi: "cosa o chi ci rende giusti?" " È giusto punire? E se sì, cosa vuol dire punire e chi può punire?" "cosa vuol dire (ri)educare?". Sono domande che davvero non riguardano solo giudici e poliziotti, direttori delle carceri ed operatori sociali, ma tutti noi, uomini e donne, madri e padri, mogli e mariti. E sono domande che, prima di una formulazione teorica, possono e devono trovare una traccia di risposta solo nell'esperienza concreta di ognuno di noi.



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