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GLI ANNI SPEZZATI/ Da Calabresi a Mario Sossi, i "mandanti morali" sono ancora tra noi

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Luigi Calabresi (1937-1972) (Immagine d'archivio)  Luigi Calabresi (1937-1972) (Immagine d'archivio)

GLI ANNI SPEZZATI. Con la seconda puntata trasmessa ieri, si è chiuso su Rai Uno il primo “capitolo” della miniserie "Gli anni spezzati", un trittico dedicato a Luigi Calabresi, al giudice Mario Sossi e a Francesco Coco, e a un personaggio immaginario, Giorgio Venuti, ingegnere della Fiat negli anni della marcia dei quarantamila. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Luciano Garibaldi, storico e giornalista, autore (e coautore) delle opere dalle quali sono state tratte le prime due sceneggiature: Gli anni spezzati, Il commissario (Edizioni Ares e Albatross, 2014) e Gli anni spezzati. Il giudice, riedizione Ares e Albatross del lavoro di Garibaldi, fatto insieme al giudice Sossi, Nella prigione delle Brigate rosse del 1978. "Lasciato solo in quel modo, è chiaro che l'opinione pubblica non poté che farsi un'idea su di lui: è colpevole" dice Garibaldi di Calabresi, denunciando l'odio politico che incendiò il paese in quegli anni drammatici e che costò la vita di 450 persone. Non risparmiandosi, come può farlo chi li ha vissuti da testimone prima che da studioso, una battuta (feroce) a proposito dei "mandanti morali" dell'omicidio del commissario.

 

Luciano Garibaldi, qual è la sua impressione dopo quel che ha visto in tv?

Direi sicuramente positiva. Rispetto per la verità storica, perfetta ricostruzione ambientale, ottima recitazione degli attori. Forse un po' alto il sottofondo musicale, ma solo per chi è un po' sordo come me e pertanto obbligato ad indossare una protesi acustica. Per gli altri è sicuramente piacevole e avvincente...

 

La prima puntata si è aperta con una voce narrante, quella del poliziotto Claudio Boccia. Ha un ruolo importante, visto il rapporto che si instaura tra lui e Calabresi. È un personaggio di pura fantasia o è realmente esistito?

È di pura fantasia, ma la sua invenzione da parte degli sceneggiatori e del regista Graziano Diana è quanto mai opportuna perché attrae decisamente più di quanto non possano fare dialoghi e scene improntati ai personaggi-chiave della drammatica vicenda. Dirigere un film non è come scrivere una cronaca giornalistica, e meno che mai come scrivere un libro di storia, definizione che mi permetto di dare, immodestamente, al mio lavoro. Per saperne di più, basta leggere il finale dell'ultimo capitolo del libro.

 

Calabresi appare come un uomo dello Stato, mite e senza eccessi, che cerca sempre il dialogo con i contestatori, gli anarchici, quelli che per gli altri poliziotti arrivano a essere dei nemici. Era davvero così? 

Assolutamente sì. Lo prova un episodio raccontato nel mio libro. Poco tempo prima di entrare in polizia, nel '66, aveva partecipato ad un dibattito tra giovani organizzato dal settimanale Epoca, dibattito i cui interventi erano stati registrati. Ecco l'inizio del suo intervento, che nel libro riporto quasi per intero: "Ancora qualche settimana e sarò commissario di pubblica sicurezza. È una strada che ho scelto per vocazione, perché mi piace, perché costituisce una prova difficile. Avrei molti altri modi per guadagnarmi uno stipendio ma sono affascinato dall'esperienza che può fare in polizia uno come me, che vuol vivere una vita profondamente, integralmente cristiana". Del resto, per rendersi conto di queste sue bellissime caratteristiche è sufficiente leggere il libro Un profilo per la storia: Luigi Calabresi, scritto da Giordano Brunettin e pubblicato per la casa editrice Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, fondata e diretta da don Ennio Innocenti, suo padre spirituale.

 

Sembra che i superiori di Calabresi lo spingano a essere “aggressivo”, anche nel noto evento che porta alla morte di Pinelli. Quanto c'è di vero? 



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COMMENTI
10/01/2014 - Non capisco (gianni fiori)

Nell'intervista a Luciano Garibaldi, lo scrittore, che potremmo collocare all'estrema destra del Padre, per mettere in cattiva luce Giuseppe Pinelli fa riferimento in maniera alquanto criptica al libro di Piero Vigorelli "Licia Pinelli una storia quasi soltanto mia". Ma Garibaldi questo libro lo ha letto? Penso di no! Altrimenti non avrebbe fatto quella valutazione senza capo ne coda! Ma d'altronde da uno che beatifica Edgardo Sogno passando per le soldatesse di Mussolini che cosa ti aspetti… Perpetua et firma libertas

 
09/01/2014 - Chi rompe non paga e fa carriera se "progressista" (Carlo Cerofolini)

Visto come sono poi andate le cose (male) è proprio vero – come affermava Longanesi, se non erro – che in Italia chi rompe non paga e fa pure carriera, purché ovviamente sia un “progressista” (ndr).