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LETTURE/ Tenente Péguy, trenta giorni per "toccare" il mistero

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E con afflato che potremmo definire narrativo e insieme mistico, questo poema, scandito per tappe che rappresentano una sorta di "rivisitazione poetica dei trenta giorni di guerra del tenente Péguy" (secondo la bella definizione di P. Colognesi) la guerra, e la morte, sono non soltanto la fine materiale, ma l'acme di una vicenda umana e spirituale, in linea con la riflessione di Péguy stesso, che a lungo aveva meditato sulla misteriosa necessità della Grazia nelle nostre vite.

Così, quando, nel corso del celebre pellegrinaggio a Chartres del 1912, Fournier gli aveva comunicato la morte del giovane René Bichet, stroncato dal vizio della morfinomania, il poeta aveva scritto una supplica per il ragazzo indirizzata a Maria: "Veniamo a pregarvi per quel povero ragazzo / Che è morto come uno stupido quest'anno (…) O Vergine, non era il peggiore del gregge. / Non aveva che un difetto nella giovane corazza, (…) Regina, ricevetelo nel vostro perdono. / Dove è passata la morte passerà anche la grazia".

Dove è passata la morte passerà anche la grazia: e proprio ispirata alla profonda pietas della massima quasi sapienziale di Péguy pare la conclusione di Gabellini: "Signor tenente, il tuo mondo è finito, / il suo tempo consumato, inutile / il suo onore, il suo sogno - il tuo -/ di un mondo senza guerre. (…) /… Tu, / cristiano senza sacramenti, irregolare, / l'adesso e l'ora della tua preghiera speciale, / di quelle parole che hai conservate, le uniche / che non hai lasciato cadere, / che ti serviranno ancora, / finalmente - ora - coincidono esatte. Il seme muore. / Nunc et in hora mortis nostrae".

 

Roberto Gabellini, L'Ultima marcia del tenente Péguy, Edizioni Ares, 2014, 168 pp.



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