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DERRIDA/ La verità ci chiede sempre di cambiare

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Jacques Derrida (1930-2004) (Immagine d'archivio)  Jacques Derrida (1930-2004) (Immagine d'archivio)

Menti succubi di ideologie sia in campo laico sia in campo cattolico hanno interpretato tutto ciò come "nichilismo" scambiando il rifiuto di fondamenti rassicuranti e violenti per un pessimismo radicale sull'esistenza. Al contrario, quando nel lontano 1969, giovane assistente universitario, incontrai Derrida, fui affascinato proprio dalla indomita risorsa della sua domanda, di un domanda generativa della sua riposta secondo il rigore abissale di un metodo. Tale metodo ha avuto per lui maestri novecenteschi, in particolare Lévinas e Blanchot, ma affonda le sue radici in tradizioni costitutive dell'Occidente, come il pensiero ebraico e non solo ebraico, come quello cristiano, per quell'aspetto del pensiero cristiano che trasgredisce una sintassi e un ordine di un logos dominatore dei suoi significati e dei suoi legami. È piuttosto un'alterità inaudita che il grande filosofo francese insegue nel suo lavoro, alterità che lo fa commuovere per esempio, di fronte al "Vieni!" dell'Apocalisse giovannea, imprendibile gesto che genera ciò che tuttavia implora. D'altra parte il fascino di Sant'Agostino lo ha mosso a delle analisi intorno a un linguaggio che oltrepassa, pur generandoli, i suoi stessi bordi (paradigmatica è la formula, più volte citata da Derrida: "veritatem facientes in charitate).

C'è sempre il rischio di ridurre tali proposizioni a moralismo perbenistico. Tutto si può ridurre a moralismo: Cristo e, se si vuole, anche Lenin. Ma il cuore dell'uomo, e la filosofia in particolare di tanto in tanto rilancia, in alcuni suoi genii, i ponti di un discorso in cui la propria (?) verità è accolta come effetto piuttosto che intenzione e programma etico-politici. Questa è l'eredità di Derrida. 

Io stesso, avendo a suo tempo introdotto il pensiero di Derrida in Italia, nel lontano 1968, con le traduzioni di La voce e il fenomeno (Jaca Book, 1968) e di Della grammatologia (Jaca Book, 1969) e poi seguito questo maestro in un lungo percorso di studi e di realizzazioni editoriali, godendo anche della sua amicizia, confesso che tuttora mi trovo spesso spiazzato dalla lettura dei suoi testi, che mi conducono in luoghi e in percorsi sempre nuovi e da me non previsti. Credo che questo sia il segno di un grande maestro, e che il discepolo debba ogni volta appropriarsi, rifare lui i passaggi della verità che gli arriva dal suo magistero.

Nella società tecnocratica e dirigistica in cui viviamo, dove l'ideale del cittadino è di essere una obbediente ed efficiente rotella, che cosa ne sarebbe di educatori, insegnanti, professori, che pro-fessassero una fede (laica) nella verità? Una verità di sé, ma che può essere "posseduta", incredibilmente, solo se restituita a questo stesso sé. Il percorso di questa incessante prassi di lettura di testi (un testo è una struttura di legami e di significati) è il percorso in cui il significato si costituisce come proveniente dall'altro, dal testo che è la nostra stessa vita, con il negativo e il dolore che la abitano.



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