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DERRIDA/ La verità ci chiede sempre di cambiare

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Jacques Derrida (1930-2004) (Immagine d'archivio)  Jacques Derrida (1930-2004) (Immagine d'archivio)

Pier Aldo Rovatti è intervenuto su Repubblica, qualche giorno fa, con un vibrante articolo nel decennale della morte del grande filosofo francese Jacques Derrida.

Il titolo dell'articolo, "Perché abbiamo scelto di dimenticare Derrida", esprime un giudizio aspro sulle cause di un certo silenzio subentrato alla grande notorietà del filosofo francese.

Scegliere di dimenticare… Non è in questione una debolezza, un disorientamento: è in questione invece un voluto rifiuto. Si tratta di un rifiuto che dimentica, cioè che nega qualcosa che è stato presente, accolto, che ha in qualche modo agito. È perciò una dimenticanza che si annuncia come una diserzione, un tradimento.

Rovatti, allievo di Enzo Paci, direttore di Aut aut, filosofo italiano tra i più attivi e significativi nel panorama italiano, non ha mai avuto peli sulla lingua: in lui il rigore filosofico e il rigore etico si annodano e fanno come un tutt'uno. Detto altrimenti è un uomo che ha passione per la verità. 

Che cosa denuncia Rovatti con il suo intervento? Egli fa un'analisi delle cause del silenzio, fino alla censura nonostante gli omaggi di rito, che è scesa sulla produzione di Jacques Derrida. L'"oscurità" dei suoi testi è diventata l'alibi per difendere i nostri stereotipi. Così si esprime Rovatti nel suo articolo: "Quella del filosofo che gioca con le parole ed è difficile da leggere ha l'aria di una balla colossale, diffusa per evitarci la fatica di un pensiero critico che mette in discussione la nostra amata e presunta identità (o superiorità) di individui ormai pienamente razionali e illuminati … in ogni pagina Derrida insinua un dubbio insopportabile su questa presunzione".

Derrida in effetti non è affrontabile come un filosofo che ci esponga una "visione del mondo" nel senso di una dottrina, di un discorso sul mondo. Il suo stile di pensiero consiste nel non essere separato da ciò che dice: egli non contempla ciò che dice come dal di fuori, ma piuttosto si coinvolge nel suo stesso discorso alla ricerca della sua origine, del luogo del suo continuo generarsi.

Derrida è stato un grande maestro nel leggere i testi dei grandi filosofi dell'Occidente, ma anche di testi non filosofici: egli ha concepito la testualità di un discorso come una sorta di casa in cui sono accolti sia l'autore sia il lettore. Detto altrimenti, per lui non è coglibile semplicemente ciò che il testo vuol dire, perché il suo "voler dire" è sottomesso costantemente al vaglio e al rischio di una interpretazione che è essa stessa parte del movimento della verità. Quella che Derrida frequenta non è una verità intellettualistica ed esangue, ma l'effetto costante di un rapporto generativo di un significato che arriva sempre dall'altro e che non è dominabile dalla mia misura. Ciò provoca disorientamento, comprensibile certo per l'impegno di rischio e anche di umiltà e di fiducia che esso comporta, nei confronti di una verità che viene incontro nella forma di un sapere non nostro.



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