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PAOLO VI/ Da san Tommaso alle Br, le sfide di un grande riformatore

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Paolo VI (papa dal 1963 al 1978) (Immagine d'archivio)  Paolo VI (papa dal 1963 al 1978) (Immagine d'archivio)

Se Dio è la Verità allora bisogna cercarLo anche con l'intelligenza e non solo con il cuore, è questa la lezione che ho appreso da Montini-Paolo VI fin da quando, giovane studente, ho letto e meditato La vita intellettuale del padre Sertillanges che proprio Montini aveva fatto tradurre dalla Studium e che è diventato quasi un manuale per i giovani universitari della Fuci e per i Laureati cattolici. 

Una sera, qualche mese prima di morire, mons. Pasquale Macchi, che è stato segretario di Montini, a Milano e a Roma, mi chiamò a casa sua e mi consegnò una cartella con le fotocopie di oltre 200 fogli manoscritti, di appunti personali di Paolo VI con riferimenti agli scritti di san Tommaso, che il Pontefice annotava per preparare le sue omelie e i suoi discorsi. Poi mi confidò che Paolo VI, durante tutto il Concilio, tenne sul tavolo dello studio il trattato La Chiesa del Verbo Incarnato del teologo svizzero Charles Journet.

Ma c'è un altro dato importante da considerare. Il giovane Montini nel 1928 traduce per la Morcelliana un'opera chiave del filosofo francese Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero Cartesio Rousseau. Montini è consapevole che il soggettivismo in religione, in filosofia, in politica sia l'errore della modernità contrapposto all'oggettivismo del pensiero medioevale, ma è altrettanto convinto che bisogna conciliare la soggettività della coscienza con l'oggettività della verità. Tutta la sua pastorale da sacerdote, da arcivescovo, da pontefice è impostata su questa relazione fondamentale, che lo porta a raccordare ragione e fede, libertà e grazia, società civile e società ecclesiale, evitando da una parte il relativismo e dall'altra il fondamentalismo. Qualcuno ha pensato che quest'atteggiamento potesse indebolire la testimonianza cristiana e durante il concilio si sono create frizioni che hanno portato con Marcel Lefebvre al costituirsi di gruppi integralisti, ma la dichiarazione conciliare Dignatius Humanae l'ha codificato. 

La questione riguarda anche la politica ed è interessante rilevare come Montini, nei suoi scritti e nel suo insegnamento, abbia sempre affermato la necessità di un impegno politico dei laici nella società civile — durante il regime fascista De Gasperi era ospite a casa sua in Vaticano — ed insieme la laicità dello Stato. Si tratta di distinguere tra la Chiesa e le cristianità che si succedono nella storia e di promuovere insieme cristianesimo e democrazia, uscendo dalla ambiguità di uno Stato confessionale.

Alla base di queste distinzioni c'è sempre la filosofia di san Tommaso che Montini considera, come afferma al congresso di Cagliari nel 1932, la filosofia della Fuci, contrapponendo questa filosofia realistica alla filosofia idealistica di Giovanni Gentile che il fascismo promuoveva nelle scuole. Queste sue convinzioni intellettuali si rafforzano con l'amicizia con Maritain quando, diventato Sostituto alla Segreteria di Stato, ha molte occasioni per incontrare il filosofo allora ambasciatore della Repubblica francese presso la Santa Sede.



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