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LETTURE/ Che cosa significa capire una poesia?

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Eugenio Montale ( 1896-1981) (Immagine d'archivio)  Eugenio Montale ( 1896-1981) (Immagine d'archivio)

Sulle pagine del settimanale Epoca, nel novembre del 1975 Sereni tornava ad affermare: "Montale — il fenomeno sembra oggi irripetibile — ci aveva accostati alle sue poesie come a persone: quasi che ogni sua poesia fosse una persona viva. Questo è il vero debito (extraletterario, occorre dirlo?) che abbiamo nei suoi confronti: di averci, in tanto dubbio suo sulla vita, appassionati in gioventù alla vita". Una poesia, come una persona, diviene nel tempo e nella storia, e dunque non potrà mai essere "decifrata" fino in fondo, chiarita definitivamente come un rebus. Quel che conta è l'incontro con essa, come fosse — perché è — una persona viva, di cui misuriamo il fascino tanto quanto ne sappiamo riconoscere i lineamenti più veri, l'unicità irripetibile. Ed è questo che appassiona alla vita, qualsivoglia sia il tema specifico di un testo: la scoperta della possibilità di riformulare l'esistenza in una parola, che, cristallizzatala, ne restituisca l'intensità e l'eccezionalità rendendole oggettive e, insieme, trasparenti. Ancora nel 1981, sulle colonne del Corriere della Sera, Sereni aveva cura di ribadire: "Fin dentro gli anni della guerra la poesia di Montale ci aveva offerto la chiave più naturale per noi, non dirò per leggere l'universo, ma per affacciarsi sull'esistenza che era nostra, e viverla, in certi casi inventarla. Era come se Montale ci avesse tolto la parola di bocca ogni volta che stavamo per pronunciarla".

All'inizio di un nuovo anno di scuola si potrebbe tradurre la dichiarazione di Sereni in auspicio: come invito, o appello, per gli insegnanti, a lasciarsi togliere di bocca la parola dai poeti. Che chiedono di essere spiegati quel tanto che basta perché essi afferrino la nostra immaginazione e, investendola, ci forniscano una chiave, nuova e naturale, per essere qui e ora.



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