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LETTURE/ Cattolici e Pci, così Togliatti pensò di "usare" il Concilio

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L'irriducibile distanza ideologica tra i due mondi non impedisce che il Partito sviluppi nel corso del tempo una singolare attitudine mimetica nei confronti della Chiesa, intendendo sempre più porsi nei confronti dei suoi aderenti come una "religione laica" a tutti gli effetti: in questo orizzonte, per citare un esempio particolarmente significativo, il momento del tesseramento riveste un'importanza centrale nella vita del militante, finendo per rappresentare una sorta di equivalente comunista del battesimo cattolico e, nello stesso tempo, una preziosa occasione offerta a tutti gli iscritti di rinnovare la propria "professione di fede" nel partito. Leggendo più in profondità questi fenomeni si può anche cogliere — come fa l'autore sulla scorta di un'interpretazione consolidata — nel «carattere onnicomprensivo e totalizzante delle ideologie proposte dal comunismo e dalla Chiesa» un elemento di continuità con la fase storica precedente, segnata dalla "religione politica" fascista. Ettorre allo stesso tempo sottolinea che «se costante è il tentativo del Pci di imitare la struttura della Chiesa nonché la sua riconosciuta capacità di rafforzare e approfondire la convinzione dei propri aderenti, il risultato diviene spesso una rincorsa concitata di una realtà verso la quale ci si trova costantemente in ritardo».

Di questo ritardo offre più di un saggio la pubblicistica comunista, chiamata a fare i conti nel 1959 con il sorprendente annuncio della convocazione di un nuovo Concilio. Le prime reazioni, ben evidenziate nel secondo capitolo del volume, esprimono nel complesso un certo scetticismo e, in alcuni casi, la volontà di individuare il reale (e inevitabilmente politico) obiettivo dell'iniziativa del pontefice. Accade così, ad esempio, che le spinte ecumeniche che animano i lavori preparatori del Concilio vengano interpretate da alcuni commentatori come l'ennesima prova della volontà vaticana di «rinsaldare e rafforzare il blocco occidentale contro quello socialista». Col passare del tempo, tuttavia, il giudizio dei quadri del Partito su Giovanni XXIII — e, di conseguenza, sull'imminente Concilio — è destinato a cambiare. La ricerca paziente di un dialogo con il mondo sovietico da parte di papa Roncalli, la sua insistenza sulla necessità di un aggiornamento della Chiesa, il suo impegno per la pace sono fattori che spingono la dirigenza comunista a intravvedere nel magistero del papa e nel Concilio i segni della fine dell'"età costantiniana", intesa come la colpevole autoidentificazione della Chiesa con l'Occidente capitalistico, e dunque la possibilità per le "masse cattoliche" di entrare finalmente in dialogo con le forze socialiste nella prospettiva di un comune impegno per la trasformazione delle strutture socio-economiche del Paese.

Lo studio di Ettorre sottolinea a più riprese come le aspettative di cambiamento suscitate dall'evento conciliare contribuiscano a un'oggettiva maggiore valorizzazione del fattore religioso da parte dei dirigenti comunisti, che su questo talvolta si scontrano con le sensibilità più radicali presenti nella base del Partito (a tale riguardo occorre evidenziare come la dialettica tra il "centro" e la "periferia" del Pci — ricostruita a partire dalle carte d'archivio — sia uno degli aspetti più interessanti del volume). 



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