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LETTURE/ Cattolici e Pci, così Togliatti pensò di "usare" il Concilio

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La prospettiva, d'altra parte, rimane sempre essenzialmente politica. In un momento in cui la collaborazione di governo avviata tra democristiani e socialisti — appoggiata anche dagli Stati Uniti — fa intravedere il rischio di un isolamento definitivo del Partito, il Concilio diventa per Togliatti un possibile grimaldello per scardinare l'esperimento del centrosinistra e aprire la strada a nuovi equilibri politici. Qui sta il senso della formula «dal partito dei cattolici al cattolicesimo» scelta come sottotitolo del volume, che l'autore commenta nei seguenti termini: «Il Concilio, sprigionando le forze religiose vive del mondo cattolico, potrebbe rappresentare uno strumento — inaspettato ma efficace — al servizio del disegno politico comunista, sintetizzabile in un superamento di fatto del centro sinistra, mal visto anche dalla gerarchia, e nella costruzione di un blocco democratico-popolare avente come fulcro proprio il Pci: in tal modo si sarebbe evitato il rischio di un suo isolamento. Confrontarsi col cattolicesimo per riuscire a ridimensionare il partito dei cattolici: questo sembra essere il cuore dell'attenzione comunista al Vaticano II».

Se da una parte lo sforzo di interloquire con le "forze vive" del cattolicesimo italiano consente al Pci di superare certe rigidità del passato, dall'altra parte la chiave di lettura politica adottata dal Partito produce una visione del Concilio eccessivamente schematica, che sembra emergere a più riprese dalle cronache comuniste citate da Ettorre. In esse lo svolgersi dei lavori dell'assise conciliare — soprattutto dopo l'avvento al soglio pontificio di Paolo VI — si riduce il più delle volte allo scontro tra conservatori e progressisti: in quest'ottica, per ogni tema discusso dai padri conciliari (compresa la morale familiare nei suoi vari ambiti) si cerca di mettere in evidenza il tentativo di una parte della Chiesa di affermare il proprio disegno "costantiniano" sulla società, con le relative conseguenze sugli equilibri politici interni e internazionali.

Alla conclusione dei lavori conciliari, rileva l'autore, i giudizi dei dirigenti del Partito — più attenti allo "spirito" che alla "lettera" del Concilio e complessivamente più positivi — divergeranno da quelli più critici formulati dalla stampa comunista. La valorizzazione (comunque non scontata) del Concilio, ritenuto un oggettivo passo in avanti nella vita della compagine ecclesiale, si unirà all'auspicio che le intuizioni di Giovanni XXIII possano dispiegare a pieno il loro potenziale "rivoluzionario" nel concreto divenire storico. Sotto questo profilo il volume di Lorenzo Ettorre, mentre offre al lettore uno squarcio interessante e a tratti inedito sulle vicende del Pci dal dopoguerra agli anni del "boom" economico, rappresenta anche un utile spunto per continuare a riflettere su un evento la cui interpretazione, ancora oggi, rappresenta una sfida tanto per i cattolici quanto per i non credenti.


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Lorenzo Ettorre, "Il Pci e il Concilio Vaticano II. Dal partito dei cattolici al cattolicesimo", Studium, Roma, 2014.

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