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GROSSMAN/ Qual è il confine tra essere buoni e uccidere 590mila persone?

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Stalingrado: Friedrich Paulus, comandante della VI armata, nelle mani dei russi (Immagine d'archivio)  Stalingrado: Friedrich Paulus, comandante della VI armata, nelle mani dei russi (Immagine d'archivio)

«Grossman è tornato a casa». Questa espressione o altre simili sono state utilizzate per presentare il grande convegno internazionale su Vasilij Grossman che si è tenuto il mese scorso a Mosca. Dopo le censure del passato regime e anni di imbarazzato silenzio, il grande autore di Vita e destino e di Tutto scorre davvero è tornato a casa, con una serie di eventi che hanno reso questo ritorno un fatto indiscutibile: nel 2012 la televisione russa gli aveva dedicato un interessante sceneggiato tratto da Vita e destino, recentemente il testo originale del suo romanzo principe era uscito dagli inaccessibili archivi dei servizi di sicurezza (che lo avevano sequestrato nel lontano 1961) ed era stato acquisito dagli archivi letterari di Stato, in occasione del convegno è stata infine presentata la piattaforma «Grossman Digital Documentation Center», un gioiello curato con passione e intelligenza dal Centro Studi Vasilij Grossman di Torino che metterà a disposizione di studiosi e semplici lettori tutti gli scritti editi e inediti di e su Grossman.

Davvero un ritorno imponente che può dare un nuovo impulso allo studio e alla comprensione di un autore che si è ormai affermato come uno dei più grandi del Novecento, ma la cui complessità non ha finito di disturbare e non ha ancora ricevuto l'attenzione che merita.

Lo stesso sceneggiato del 2012, pur apprezzabile per molti aspetti, aveva suscitato delle grosse polemiche per la totale assenza di uno dei principali temi del romanzo e di tutto l'autore: il problema del rapporto e del confronto tra nazismo e comunismo, che Grossman sviluppa arrivando a mettere in luce nei due regimi una comune volontà omicida che, pur all'interno delle loro innegabili differenze, li unifica però in un'identica impresa di distruzione della realtà.

Il problema è evidentemente dei più scabrosi e compromettenti, ma deve essere subito chiaro che in questo caso non c'è alcun rischio di revisionismo, o di una qualche attenuazione della condanna che il nazionalsocialismo merita; il Grossman che poi sarebbe diventato un critico inesorabile dello stalinismo e del leninismo era di origine ebraica, sua madre era stata una delle prime vittime della barbarie nazista e lui stesso era stato autore de L'inferno di Treblinka, una delle primissime e più sconvolgenti testimonianze della tragedia dei campi di sterminio: se arriva a parlare di un'anima comune dei due totalitarismi non è certo per diminuire le colpe dell'uno o dell'altro.

Eppure il parallelo resta scandaloso e per molti addirittura improponibile; e lo è, in effetti, perché mette in primo piano qualcosa con cui i potenti di questo mondo non vorrebbero dover fare i conti e qualcosa di cui l'uomo moderno vorrebbe volentieri poter fare a meno: la libertà e la responsabilità personale. Quando si leggono i romanzi di Grossman diventa infatti evidente che, al di là di tutte le differenze, quello che accomuna i due regimi è che entrambi sacrificano l'uomo concreto in nome di una rappresentazione astratta dell'umanità: l'ebreo reale viene sostituito dall'idea dell'untermensch, i presunti avversari ideologici vengono trasformati nei «nemici oggettivi». 

Una volta che gli uomini reali siano stati ridotti a questi stereotipi preconfezionati, ciascuno di noi si sente liberato dal dovere di distinguere tra la realtà e l'idea che ce ne facciamo, tra il vero e il falso, tra il bene e il male, e si crede esente da qualsiasi responsabilità per tutto quello che succede; il male si compie per una sorta di necessità naturale, con un processo meccanico che pare inarrestabile. Parlando di uno dei tanti aguzzini nazisti, di per sé nient'affatto un mostro ma, anzi, inizialmente una persona del tutto normale e tranquilla, Grossman osserva: «il destino gli aveva riservato di diventare da campagnolo soldato, da soldato di trincea guardia dello stato maggiore, da impiegato aiutante di campo, quindi al posto dell'amministrazione centrale del Reich era succeduto quello nella direzione del lager e per finire il ruolo di capo del Sonderkommando nel campo di sterminio. Se Kaltluft avesse dovuto rispondere davanti al tribunale celeste, egli avrebbe giustificato la sua anima raccontando in modo veritiero che solo il destino aveva fatto di lui un carnefice, l'assassino di 590.000 vittime. [...] Lui era un essere umano, avrebbe voluto vivere nella casa di suo padre. Non era stato lui a voler andare, lui stava bene a casa, non era stato lui a volere, gli ordinavano, non era lui che andava, come un bambino il destino lo aveva condotto per mano».

Immagine inquietante perché ciascuno di noi potrebbe diventare Kaltluft se riuscisse a liberarsi dal peso e dal dovere di giudicare; immagine fastidiosa, perché appena recupera la propria capacità di discernere il bene dal male ciascuno di noi cessa di essere una docile rotellina degli ingranaggi del potere. «Il destino guida l'uomo, ma l'uomo va perché così vuole, e sarebbe libero di non volere», dice ancora Grossman: appena si libera dalle ferree leggi del destino, l'uomo si apre all'avventura irripetibile della vita.

Ed è proprio questo soggetto inquietante e fastidioso che, attraverso il parallelo tra nazismo e comunismo, ci viene affidato dalle immagini dei romanzi di Grossman e che, dalle loro pagine, ci viene a suggerire uno sguardo nuovo sulla vita come luogo della libertà e della irriducibilità dell'uomo.

Rinunciare a questo sguardo è certo possibile, ma si perde l'essenziale di queste opere e si perde la possibilità di vivere la vita autentica, che per Grossman non è né l'arrendevolezza supina della massa irresponsabile, né la vita tesa e spietata di eroi inarrivabili, ma la pacificante compagnia di testimoni come la donna di Stalingrado che ha appena scoperto il cadavere della figlia e che invece di lapidare il primo tedesco che incontra gli offre un pezzo del proprio pane: un gesto di condivisione e di solidarietà che non annulla di un briciolo la coscienza del bene e del male con il giudizio che ne consegue, ma che nello stesso tempo rompe la catena della necessità e apre degli spazi imprevedibili a una vita nuova.



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