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CIO' CHE INFERNO NON E'/ D'Avenia: il Mistero del sorriso di don Pino Puglisi

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Alessandro D'Avenia  Alessandro D'Avenia

No, è proprio così. Il mio non è un romanzo antimafia, non è un romanzo sulla mafia, non è un romanzo di cronaca. È una storia che entra nel mistero del sacrificio: che non è il fatto in sé di morire, ma quello che significa alla lettera (sacrum facere: rendere sacro). 3P rendeva sacre le vite che incontrava perché erano rese sacre da Dio e lui non era altro che al servizio di quelle vite. Riecheggiano le parole di qualcuno: non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono. Sacrificarsi è donare il proprio tempo, amore, cure, anche quando è difficile riuscire. Lui riusciva perché lasciava che Dio facesse questo con lui. Era innamorato pazzo di Cristo e questo amore traboccava. Credo che chiunque gli si accostasse vedeva un uomo qualunque capace di amare divinamente, sentiva la tenerezza di Dio su di lui, come accadde persino all'assassino. L'eroismo è questo: giorno per giorno non privarsi mai della possibilità di amare ed essere amati. Per questo ho scelto la frase di Dostoevskij in esergo: "l'inferno è la sofferenza di non poter più amare". Chi trova il segreto per amare sempre nel quotidiano, trova il segreto della vita: fallimenti, sconfitte, cadute non possono distruggere la speranza, perché quella speranza si colloca altrove. In un altrove intoccabile, come un mare in tempesta in superficie e calmo pochi metri sotto.

Ci dica ora qualcosa del suo modo di scrivere. Nei pochi brani che sono stati resi noti la sua prosa pare più piena di luce, più ricca della pasta delle cose: forse, qualcuno dirà, più difficile. È così? C'è stato qualche cambiamento rispetto ai suoi primi successi.
Ho lottato per trovare la cifra stilistica adatta alla storia e ci sono due registri che il lettore troverà. A poco a poco si fondono, ma non posso svelare il perché, si tratta di parte integrante della narrazione. Volevo che la prosa avesse la corposità, la quotidianità di un quadro di Caravaggio, investito di squarci di luce potente che spaccano le tenebre del quotidiano e lo illuminano di una grazia che i presenti non capiscono neanche da dove venga, tranne quelli disposti ad accoglierla. Per questo ho cercato molto la poesia.

Che cosa intende?
È un romanzo in cui le parole devono essere se stesse e allo stesso tempo risuonare su altri livelli, come accade in poesia. Ho cercato il realismo di Dante e Dostoevskij, che mentre ti raccontano "il letterale", "la storia", in realtà ti raccontano altre tre, quattro livelli contemporaneamente. Ciascuno si collocherà al livello che vorrà. Sempre che io sia riuscito nella sfida... Per farlo ho letto moltissima poesia e non è un caso che Eliot sia in esergo alle due parti del romanzo: Tuttoporto e Spasimo.

Leo di Bianca come il latte aveva accanto a sé Beatrice e Silvia. Federico che compagna trova al suo fianco?



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