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LETTURE/ Varlam Šalamov, 17 anni nel gulag: o vivere o scrivere

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Varlam Shalamov (1907-1982) in una foto di B. Lesnyak (da http://shalamov.ru)  Varlam Shalamov (1907-1982) in una foto di B. Lesnyak (da http://shalamov.ru)

E' stata da poco inaugurata a Brescia, presso la sede dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, la mostra "Vivere o scrivere. Varlam Šalamov", curata dall'associazione Memorial Italia in collaborazione con la Cooperativa cattolico-democratica di cultura di Brescia. 

Poeta, narratore, giornalista, Varlam Šalamov è uno degli autori che, accanto a Solženicyn, forse più noto al grande pubblico, ha meglio saputo descrivere la vita nei lager sovietici. Nato nel 1907 a Vologda, Šalamov scopre ben presto come funzioni la terribile macchina della (in)giustizia sovietica: ancora studente, viene arrestato nel 1929 e condannato a tre anni di detenzione in lager come «elemento socialmente pericoloso». Per il giovane scrittore sarà solo l'inizio: a questa prima condanna ne seguono infatti altre due, con accuse diverse («attività controrivoluzionaria trockista», «agitazione antisovietica»: ai totalitarismi non mancano mai le parole per condannare i propri nemici), per un totale di diciassette anni di prigionia, la maggior parte dei quali trascorsi nei temibili lager della Kolyma, una delle regioni più inospitali della Siberia. Dopo un periodo al confino, fra il 1951 e il 1956, è riabilitato (ma solo per due delle accuse per cui era stato condannato) e gli viene concesso di stabilirsi a Mosca, dove muore nel 1982. Curiosamente — e tragicamente — la riabilitazione definitiva per tutti i capi di imputazione arriva solo nel 2000, a quasi vent'anni dalla morte. 

Non è un caso dunque che la mostra di Memorial Italia si apra con una foto segnaletica dello scrittore, il cui sguardo penetrante e puro riesce a catturare l'attenzione dello spettatore, quasi a volergli rivelare un segreto. Cosa abbia visto e vissuto il prigioniero Šalamov lo scopriamo soprattutto leggendo la sua opera più celebre, I racconti di Kolyma, composta fra il 1954 e il 1973, che di quello sguardo mantiene la lucidità e la crudezza. Non è una prosa abbellita e ricca di fronzoli, modellata per essere più digeribile, quella di Šalamov: al contrario, è un pugno nello stomaco, è sconvolgente per l'abisso di disperazione che descrive, ma possiede al tempo stesso la bellezza che può trasparire solo dal vero. È infatti solo nella decisione di raccontare tutto ciò che ha visto, anche a costo della propria vita, che il detenuto-scrittore può conservare la propria umanità. E la ricerca del vero, come ricorda Irina Sirotinskaja, una delle amiche più fidate dell'autore, nella sua prefazione a I racconti di Kolyma, è alla base di tutta l'opera di Šalamov, che arriva a tormentarsi temendo di non riuscire a narrare appieno tutta la propria esperienza. Da qui nasce l'esigenza di una prosa asciutta, che rinunci a una letterarietà tradizionale e si faccia quasi cronaca, sostituendo alla finzione dello "scrivere" il "vivere" dei campi.



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COMMENTI
05/11/2014 - Lager (luisella martin)

L'articolo mi ha portato a desiderare di leggere il libro di Salamov. Convinti di essere liberi, quanti lager invece abitiamo?