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STORIA & FEDE/ Perché la carità è "madre"?

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Francesco de Mura, Allegoria della carità (Immagine d'archivio)  Francesco de Mura, Allegoria della carità (Immagine d'archivio)

Procedendo di lettera in lettera, nel vademecum di Ripa si arriva a un certo punto alla voce "Charità". I termini in cui la si disegna, mettendosi nel solco di una secolare pedagogia delle virtù cristiane piegate al servizio della realizzazione dei fini più alti dell'uomo, sono di una evidenza lapidaria: "Donna vestita di rosso, che in cima del capo habbia una fiamma di fuoco ardente; terrà nel braccio destro un fanciullo, al quale dia il latte, et due altri gli staranno scherzando a piedi; uno d'essi terrà alla detta figura abbracciata la sinistra mano. La fiamma di fuoco per la vivacità sua c'insegna che la carità non mai rimane d'operare secondo il solito suo amando; ancora per la carità volle che s'interpretasse il fuoco Christo Nostro Signore in quelle parole: Ignem veni mittere in terram, et quid volo, nisi ut ardeat?".

L'immagine "parlante'" tratteggiata per restituire l'essenza del dinamismo della carità non ha nulla di eccentricamente originale. La sua genialità, infatti, sta solo nel farsi eco fedele di una concezione dell'amore umano che lo identificava con la fisiologia della dedizione materna. La "charitas" vista come madre che non può mai cessare di accogliere e nutrire i suoi figli non era niente di meno che il ricalco moderno del nucleo di simboli che già il Vecchio Testamento della religione ebraica collegava al topos fondamentale delle "viscere di misericordia", intraviste come culmine espressivo della cura con cui il Mistero che dà respiro a ogni cosa accompagnava i passi fin del più gracile essere vivente. L'unico Dio geloso del monoteismo semitico era a sua volta una madre che genera e, donandosi, sostiene i suoi figli. Affidarsi alla sua tenerezza esigente, era come l'abbandono fiducioso del figlio che si lascia stringere al seno fecondo da cui sgorga la fonte di ogni energia di esistenza. Anche Gerusalemme, la città santa a cui risalire per riunirsi nell'unità del popolo eletto, era per i profeti la madre a cui aggrapparsi per attingere alla sorgente della salvezza. La si paragonava a un grembo con cui riannodare una simbiosi. Si invitava a ricercarne l'ombra protettiva come bambini protesi a farsi allattare per ricevere quanto è essenziale per restare in vita e per crescere. Nulla era più consolante dell'abbraccio primordiale in cui fondersi, ritornando all'origine.

Questa tradizione allegorica in chiave femminile è passata senza soluzioni di continuità nella visione etica del cristianesimo. La carità è stata posta in cima alla triade delle virtù pensate come irradiamento della natura stessa di Dio, rese imitabili dal basso per restare legati al compimento del proprio destino: la carità incoronata dalle sue sorelle della fede e della speranza. La comunione del nuovo popolo santo dei credenti in Cristo si è sostituita all'abbraccio materno di Sion. L'eros del Cantico dei cantici, spiritualizzandosi, è diventato figura dell'amore che lega la Chiesa, e in essa ogni suo fedele, allo Sposo disceso dall'alto per restituire al mondo la vita vera. 



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