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STORIA & FEDE/ Perché la carità è "madre"?

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Francesco de Mura, Allegoria della carità (Immagine d'archivio)  Francesco de Mura, Allegoria della carità (Immagine d'archivio)

Caravaggio se ne è appropriato immortalandola in un memorabile dettaglio delle sue Sette opere di misericordia corporale del Pio Monte della Misericordia di Napoli (1606).

Ancora alla metà del secolo successivo, mentre cominciava a montare la tempesta dei Lumi, un pittore di origine napoletana, Francesco de Mura, dipingeva una dolcissima Allegoria della carità, probabilmente a Torino, su commissione della casata dei Savoia (1743 ca.). Il motivo centrale restava sempre quello dell'amore visceralmente materno: vediamo di nuovo all'opera una madre premurosa, vestita di rosso, che con una mano porge il proprio seno a un bimbo nella culla, mentre con il braccio libero accudisce ad altre creature, una sdraiata a dormire beatamente, quella di poco più grande che l'assedia avida di attenzioni. In disparte, un pellicano si tortura il petto sanguinante per sfamare i piccoli asserragliati ai suoi piedi. Si raddoppiavano così, per accumulo, i rimandi simbolici, chiamando in causa un'altra prestigiosa icona materna. Dalle origini della storia cristiana, anch'essa si era prestata a rievocare la logica del sacrificio che porta a consegnare in dono la vita per amore gratuito. Valeva per incitare alla pratica della carità, nello stesso momento in cui si applicava al modello per eccellenza di ogni carità in azione: quello di Cristo che si fa cibo per l'uomo da redimere, riattualizzando nel mistero eucaristico il prodigio di una pietà resa eterna lungo la corsa senza fine del tempo.



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