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STORIA & FEDE/ Perché la carità è "madre"?

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Francesco de Mura, Allegoria della carità (Immagine d'archivio)  Francesco de Mura, Allegoria della carità (Immagine d'archivio)

L'ideale dei legami solidali tra gli individui, il sogno di un'armonia capace di rispecchiarsi nelle regole supreme delle relazioni sociali hanno sempre avuto un rilievo centrale nel sistema di valori che orientano il nostro comportamento. Si è sempre creduto di più, nei fatti, all'intuizione dell'uomo "animale politico", come già l'aveva dipinto Aristotele, che non all'uomo "lupo per gli altri uomini" dello scetticismo tardomoderno.

Anche i libri sacri della religione di matrice ebraica, per parte loro, avevano visto giusto: l'innocenza originaria dei progenitori ancora immuni dalla colpa era la prefigurazione di una unità che, nell'ordine dell'essere, viene prima delle differenze e delle divisioni che la lacerano. Nella tradizione etica passata al "nuovo patto" della fede cristiana, questa morale fondata sulla natura profonda dell'identità socievole umana ha assunto come emblema il nome glorioso della "carità". Per capire cosa si intendeva racchiudere sotto il mantello del suo primato indiscusso, basta partire dai simboli di cui lo si rivestiva per renderlo attraente, capace di incidere sulle coscienze delle persone, di diventare un modello in cui immedesimarsi e su cui costruire la propria esistenza. 

Ce lo rivelano i grandi repertori del sapere che erano la sintesi enciclopedica della cultura condivisa. Dizionari, summae e manuali di ogni genere ricapitolavano nei loro schemi il meglio della sapienza umanistica e filosofica degli antichi, intrecciata con il patrimonio multiforme della visione del mondo biblico-cristiana. Così facendo, l'intera traiettoria dello sforzo umano di aprirsi alla totalità di dimensioni del conoscibile, e prima ancora del dicibile, era messa alla portata di ogni nuovo fruitore, ordinata scrupolosamente per voci alfabetiche, strutturata secondo griglie di loci che erano i punti nodali di ogni discorso e di ogni immaginazione possibile, in modo che chiunque, salendo come un umile nano sulle spalle della gigantesca autorità dei traghettatori di una "scienza" ancora unitaria e onnicomprensiva, potesse appropriarsi con la massima facilità delle chiavi per mettersi alla scuola della lezione del passato, e da qui ripartire per ricombinare nuove trame di parole, nuove immagini ideali e nuove rappresentazioni della realtà divino-umana del mondo.

Nell'Europa del tardo Rinascimento e dell'età barocca, uno dei più fortunati prontuari valorizzati come serbatoi a cui poeti, artisti, letterati, predicatori, insegnanti, esperti di retorica e di comunicazione, attivi nei diversi ambiti che abbracciavano la chiesa, la corte, la città, il foro e il mercato, potevano attingere per saccheggiare modi di dire, formule, idee, racconti esemplari, simboli visivi, citazioni dotte, brani di oratoria preconfezionata, cioè per prelevare spunti e materiali poi immediatamente riutilizzabili per riciclo divenne presto l'Iconologia di Cesare Ripa: una densissima raccolta di icone visive, descritte in parole e spiegate nei loro fondamenti concettuali, continuamente ristampato poi con l'aggiunta di incisioni che traducevano in evidenza figurata i suggerimenti pratici forniti da una poliedrica tradizione del pensare in chiave allegorica, servendosi di segni e allusioni che veicolavano un messaggio potenziato dalla forza emotiva dei suoi codici ingegnosamente mobilitanti.



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