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ARTE/ Leonardo e il "miracolo" dell'Adorazione incompiuta

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Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi, particolare (1482) (Immagine d'archivio)  Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi, particolare (1482) (Immagine d'archivio)

"Non v'è punto fermo": con questa lapidaria e acutissima affermazione Giorgio Vasari descriveva l'effetto visivo provato davanti all'Adorazione dei Magi di Leonardo, ai suoi tempi ricoverata in casa dei Benci, la famiglia alla quale era appartenuta Ginevra, protagonista del primo numero della straordinaria carriera ritrattistica vinciana. Nei giorni scorsi, l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze ha reso noti i risultati del lungo e impegnativo restauro della pala che Leonardo stava realizzando per i monaci di San Donato a Scopeto, fuori di porta Romana, quando, nel 1482, ebbe l'occasione di trovare accoglienza nella Milano di Ludovico il Moro. La commissione gli era stata probabilmente procurata dal padre, ser Piero, altre volte indiziato di procurare lavoro a quel figlio bastardo, eccezionale ai limiti della consuetudine artistica e intellettuale, anche per una città d'avanguardia come la Firenze medicea. Non a caso Leonardo era stato escluso dalla compagine di artisti fiorentini, da Ghirlandaio a Botticelli, chiamati ad affrescare il registro inferiore della cappella Sistina, da poco inaugurata a Roma, e il suo maestro, Verrocchio, stava lasciando la città per portare a Venezia il modello per la statua equestre del Colleoni. Ser Piero era notaio del convento di Scopeto e non gli era certo sfuggito il lascito che un facoltoso mercante, padre di un frate, aveva devoluto per la realizzazione della pala dell'altare maggiore della chiesa. 

L'opera, iniziata nel 1481, rimase quindi incompiuta, ma ci chiediamo se mai Leonardo sarebbe riuscito a portarla a buon fine, tanto la tavola attesta l'esercizio di una sperimentazione senza limiti, accelerata da urgenze narrative, simboliche e formali che la mente dell'artista riversava vorticosamente nella composizione dell'opera, tenendo come unico punto fermo quella giovanissima madre e il suo bambino, vivace e presente, come solo Masaccio era riuscito a farlo mezzo secolo prima, ma qui percorso da un fremito affettivo di ignota e misteriosa drammaticità. 

Sembra proprio che il restauro sia entrato nel merito di questa condizione di work in progress della tavola, sfumando quegli interventi che nel passato avevano cercato di uniformarlo in un dipinto monocromo, quando invece sotto i ritocchi hanno anche trovato originali velature di azzurro per il cielo. In fondo, la condizione "non finita" dell'Adorazione è il suo miracolo, perché è sommamente rivelatrice della concezione conoscitiva della pittura di Leonardo, capace di catalizzare le pulsioni profonde e drammatiche del suo tempo e di ogni tempo, qui centrate attorno all'avvenimento dell'Incarnazione. Ci è così offerta la visione di un'esperienza in atto, di un tentativo di cogliere rappresentandolo il senso del mondo e della storia, lasciando in vista varianti e correzioni per avere davanti agli occhi il percorso affascinante e drammatico verso il miglior traguardo di verità e bellezza. E' un'anticipazione del modo di lavorare di Michelangelo, che pure tenderà a lasciare in vista le fasi del suo lavoro. 



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