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LETTURE/ Scola-Severino, la morte non è un optional

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Il cardinale Angelo Scola (Infophoto)  Il cardinale Angelo Scola (Infophoto)

Su questo dilemma si snoda un corso di pensiero tecnocratico e religioso che sfida di continuo Costituzioni e legislature in Europa e altrove (non dappertutto, non ancora). Ma se siamo seri quanto il Cardinale, dovremmo riconoscere che forse ancor prima, e più profondamente, un'affermazione tale racchiude ciò che molti vorrebbero saper dominare, nell'ineludibile consapevolezza del limite che fa della passività al morire quella propria. 

Il vivere come il morire, quali luoghi della trasparenza ottimizzata e del "tutto sottocontrollo" autarchico, sono più archetipi di un mondo immaginato da Philip Dick che la realtà ordinaria di chi gode del riso con la zucca e piange chi gli è morto. Scola prende sul serio il punto della questione tecnocratica, che è anche il punto della questione neo-parmenidea, e ne risponde. Lo fa con il garbo di uno che ha ricevuto un dato, attestato eppur donato, soggetto quindi ad un possibile rifiuto. È il fatto dell'uomo che unico ha detto di poter scegliere il morire perché era Signore della vita; di essere Colui che aveva il potere di darla, la propria vita, e il potere di riprenderla di nuovo. 

Poter dare la vita cambia completamente l'ermeneutica del morire, perché lo intende come agire libero in cui la libertà è di eccedenza verso l'altro, è offerta, e non soltanto arbitrio o autarchia. Gesù di Nazareth non interpretò la propria morte come agire il morire, ma morendo agì l'amore che aveva dichiarato ai suoi la sera prima, dando loro il potere di continuare a dare. La verità di quanto sosteneva il Cristo non è un contenuto eidetico espresso da una frase, ma ancora un fatto: quello di aver lasciato da sé solo al terzo giorno il suo sepolcro vuoto. E i suoi, che hanno marcato il segno ripetendo l'offerta nella storia. 

Quanto di fede e quanto di ragione in tale argomento che differisce il riso e il pianto? La stessa fede e la stessa ragione che aprono la differenza tra dare la vita e togliersi la vita. Tra la capacità di generare e quella di uccidere. Tra l'io, il tu e il noi. La relazione. Per l'uomo questa differenza è tutto. 



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COMMENTI
22/11/2014 - Scusa (Andrea Farano)

...ma quale unità di discorso Parmenidea? Certo lo si può ignorare piu' facilmente intendendolo così; ma Severino, a differenza di Parmenide, non intende l'Essere simpliciter, cioè separato da ogni determinazione, ma parla di 'esser se dell'essente' quindi di ogni differenza.

 
05/11/2014 - Dialogo (luisella martin)

"l'unità di esperienza parmenidea ..." cosa significa? E poi dia-logos? Avevo smesso di leggere per la difficoltà del linguaggio, poi la curiosità mi ha spinto a stampare l'articolo per leggerlo con calma. Così ho scoperto la grandezza nascosta nella risposta del cardinal Scola ed essa mi ha riempito di gioia, confortandomi. Mi piacerebbe che la giornalista scrivesse ancora, aggiungendo altre sue considerazioni, ma con un linguaggio più semplice, per gli ignoranti, insomma!