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MURO DI BERLINO/ Dalle due Germanie di Andreotti alla "guerra" di Kohl

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Helmut Kohl (D) e Angela Merkel nel 1991 (Infophoto)  Helmut Kohl (D) e Angela Merkel nel 1991 (Infophoto)

La caduta del Muro? "Il muro di Berlino non è mai caduto, è stato distrutto dal popolo. Dire che è caduto è una piccola bugia, che non è innocente perché nasconde la sconfitta del comunismo. E' stato distrutto da chi voleva la libertà". Alberto Indelicato, ultimo ambasciatore d'Italia nella Repubblica Democratica Tedesca, rievoca la fine della Germania comunista.

Lei ha scritto un libro, Memorie di uno stato fantasma. Perché chiama così la ex DDR?
E' una considerazione di ordine storico-politico. La Germania orientale era un paese comunista come lo erano la Cecoslovacchia, la Polonia, la Romania, l'Ungheria. Il comunismo era come una vernice che copriva tutti questi paesi, o se vogliamo un grande lenzuolo dietro il quale si nascondevano i veri paesi, la loro gente, le loro storie. Nel caso della DDR invece, sotto al lenzuolo non c'era nulla.

Uno stato artificiale, un albero senza radici.
In Germania orientale il socialismo non era l'ideologia dello stato, ma lo stato stesso. Una volta tolto il socialismo l'Ungheria sarebbe rimasta Ungheria, non c'era dubbio, come in effetti fu dopo il crollo del comunismo. Ma dietro il comunismo della DDR non c'era dietro una Germania, non c'era niente.

Cosa voleva dire rappresentare l'Italia?
Fino al 1972 nessuno degli stati occidentali riconosceva la Germania orientale, anche se riconosceva tutti gli altri paesi comunisti. La Germania Federale (Bundesreplublik Deutschland, BRD) aveva creato la dottrina Hallstein: chi avesse riconosciuto la DDR avrebbe automaticamente rotto i rapporti diplomatici con la BRD. Poi, con le discussioni che portarono all'atto finale di Helsinki firmato il 1° agosto 1975, cominciarono dei negoziati con tutti gli stati, compresa la DDR. Arrivati a quel punto non si poteva più rifiutare il riconoscimento, che arrivò da tutti gli stati della Nato, ma con alcune limitazioni. Poi c'era Berlino, con il suo statuto speciale… Vi arrivai il 1° dicembre 1987.

Come giudica la celebre frase di Andreotti che disse di preferire due Germanie a che ce ne fosse una sola?
Andreotti era un gran plagiario (sorride, ndr), me ne accorsi varie volte quando era ministro degli Esteri. Quando sentiva qualcosa che gli sembrava interessante o spiritosa se la annotava in un librettino che portava sempre con sé, e al momento buono la tirava fuori. Quella frase non è di Andreotti, ma di François Mauriac, che la usò negli anni 50 scrivendo sul Figaro.

E perché Andreotti la fece propria?
Accadde ad un festival de l'Unità, che frequentava specialmente in quel periodo in cui sperava di diventare presidente della Repubblica; ma per diventarlo c'era bisogno dei voti comunisti… e quella frase suscitò l'entusiasmo in tutti i membri del Pci. Fu grave, perché non solo legittimava la DDR, di più, riconosceva, per dir così, l'"eternità" della Repubblica democratica. Chiamarono l'ambasciatore a Bonn e lo rimbrottarono. Il fatto provocò un po' di freddo. Poi ricordo anche un altro episodio…

Prego.



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