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SALGADO/ Vedere l'inferno, riscoprire la terra

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Foto di Sebastião Salgado  Foto di Sebastião Salgado

Lui cerca i profughi, i rifugiati, non gli importa dei già morti; quando arriva in Ruanda e documenta le strade disseminate di cadaveri, torna indietro, nei campi dei rifugiati, li insegue nelle loro infinite Via Crucis. Li vede crollare esangui: e quegli ultimi sguardi ci perforano l'anima. Li segue nella foresta, duecentomila persone che spariscono, impazzite, deliranti, inghiottite dalla loro stessa fame.

L'uomo è il più feroce degli animali, ci viene ripetuto. Lo capiamo.

L'inferno esiste, è documentabile. Lo costruisce l'uomo.

Di cosa è capace un uomo? Di cosa è capace una donna?

La dolce Leila, moglie di un Sebastião ormai svuotato, lo abbraccia e lo riporta a casa; hanno avuto due figli, Juliano, per cui il padre è un eroe, e Rodrigo, affetto da sindrome di Down, che lo ha introdotto a una speciale forma di comunicazione, utile rivelazione per il suo lavoro. Il ritorno alla fattoria in cui è nato per curare il padre morente, serve all'inizio della catarsi: incomincia la cura, cioè la ricerca dell'anima feconda, dell'uomo che mette le sue mani al servizio della terra. Leila ha l'idea di ripiantare la foresta in quei possedimenti ormai deserti, prima percossi dalla grande siccità e poi disboscati completamente, per pagare gli studi ai ragazzi. 

Fondano l'Istituto Terra: rinasce nell'artista la consapevolezza della terra, la sua indicibile capacità di rinascita, come una resurrezione del mondo, come una redenzione. Questo rimette in moto Salgado, lo porta a cercare di fotografare la verginità del nostro pianeta e, sempre, dei suoi abitanti; gli ultimi saranno i primi, si realizza Genesi, la sua mostra più recente.

Settant'anni di foto e due milioni di alberi piantati.

Ma il suo pensiero non si riconduce all'ecologismo: non è una presa di posizione, meno che mai una riduzione. Piuttosto una resurrezione e una premonizione, una promessa da mantenere. E la necessità di essere almeno in due, lui ci fa sapere quanto la sua donna, al contrario di Eva, gli sia stata fianco e giaciglio.

Bisognerebbe portare i nostri ragazzi al cinema, farli restare in queste due ore salatissime e brucianti, certe foto ustionano la coscienza.

Solo se sai bene cosa lasci puoi decidere la direzione verso cui andare, solo se vedi la crudeltà e la ferocia puoi coscientemente sperare di non usarle. 

Sebastião Salgado ha deciso cosa fare di sé, del suo talento e di ciò che ne ha ricavato; la ferita che ci infligge, sia benedetta; la terra che lui ci consegna ha ancora bisogno di essere guardata dall'uomo. Un soggetto, ci insegna, ha bisogno del paesaggio per risaltarne in bellezza.



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