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FINKIELKRAUT/ Noi moderni, al bivio tra gratitudine e rancore

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Alain Finkielkraut  Alain Finkielkraut

Si affaccia una grande opportunità per tutti coloro che sono appassionati amanti del vero: quella di continuare quel dialogo che da diverso tempo il Centro Culturale di Milano porta avanti con il grande filosofo francese Alain Finkielkraut. Questo intellettuale francese, che conduce una seguitissima trasmissione radiofonica su France Culture, è recentemente è stato ammesso tra gli "immortali" dell'Accademia di Francia con una contrastata votazione che sottolinea il fronte di battaglia culturale presente in quel Paese e potremmo dire in Europa. Per usare le sue parole — prese dalla Arendt — quella tra la cultura del risentimento e quella della gratitudine, tra l'ideologia che ridisegna continuamente il mondo e quella che parte dall'avvenimento, che scopre e sostiene l'esperienza degli uomini.

Finkielkraut ha come autore di riferimento uno degli scrittori che più amiamo: Charles Péguy, di cui ricorre il centenario, come quello della Grande Guerra in cui morì, alla sua prima battaglia, il 5 settembre 1914 sulla Marna.

Il giorno 17 novembre infatti saranno proprio le considerazioni di Péguy, filtrate dalla sensibilità di  Finkielkraut, a fare da sfondo al dialogo che avrà come tema il tentativo di seguire la provocazione che ci è stata rivolta da papa Benedetto XVI: "riguadagnare i fondamenti è l'urgenza più grande che abbiamo".

Quale il primo fondamento? Ripartire con la disponibilità all'avvenimento, come annuncia il titolo "Ogni cosa è avvenimento, si può pensare e vivere così? Ripartiamo da Péguy".

Ci sarà offerta la possibilità di "ri-centrarci" sul presente, come dice lo stesso Finkielkraut definendolo come "una irruzione del nuovo, che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo", oppure definendo "l'avvenimento è l'irriducibile dell'essere al concetto, è il fatto che la storia non si lascia condurre a colpi di bastone".

In un momento in cui tutti siamo disorientati e come "in ritardo" sui fatti, ci viene ricordato da Péguy che "essere in anticipo, essere in ritardo, che inesattezza! E' la puntualità la sola esattezza".

Ma Péguy va oltre, tanto che Finkielkraut si trovava a dire anni fa "trovo che il pensiero dell'evento in Péguy sia legato al suo cristianesimo, ma qui è il punto in cui io mi fermo". Per poi continuare, però, dicendo nella bella videointervista della mostra dello scorso Meeting di Rimini "Péguy è anche un cristiano che posso leggere fino in fondo, perché non è un cristiano che parla dell'aldilà… mi parla dell'incarnazione in un modo tale che la posso ben comprendere… e lungi dal consolarmi della morte e dal levarle il suo peso"; infatti, prosegue Péguy citando Corneille, "Dio stesso ha avuto paura della morte".

Su questo punto, questo moderno intellettuale francese si dice "affascinato da questo grande paradosso cristiano nel cristianesimo, scandalo per i Giudei, follia per i pagani". 



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