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BOOKCITY/ Scola-Giorello, l'Expo non dimentichi la Samaritana al pozzo

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Il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano (Infophoto)  Il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano (Infophoto)

E questo trova risvolti concreti nella perdita del senso della convivialità, dell'ospitalità, di un certo amore per l'arte culinaria. Un'attenzione, che se pensiamo bene, non hanno perso quei paesi, come l'Africa o il Sudamerica, dove l'emergenza alimentare è più forte. Ma ha continuato il cardinale: «Il bisogno è espressione di fragilità e mancanza. Niente di quello che consumiamo è in grado di riempire la carenza strutturale che ci costituisce».

Il rapporto uomo-bisogno ha avuto, nel tempo, due effetti. Il primo è stato quello di segnare la storia del lavoro. Infatti, il genio umano si è proiettato nel futuro cercando di migliorare sempre più le risposte a un bisogno. Pensiamo all'architettura, all'arte culinaria, alla tecnologia. Il secondo invece rappresenta una svolta fondamentale: il passaggio da bisogno a desiderio. Ovvero la constatazione che niente è in grado di esaudirci in modo completo. E sottolinea Scola: «Se ampliamo il bisogno al suo significato più potente, qualunque tipo di bisogno diventa concretamente la strada attraverso la quale il desiderio ci porta verso il compimento della nostra esistenza». Esempi di questo li possiamo trovare nel Vangelo, dove Gesù parte sempre dal bisogno dell'uomo, come nell'episodio della Samaritana, per poi condurlo a riconoscere un desiderio ancora più ampio. Dal bisogno dell'acqua al desiderio di ricevere uno sguardo di perdono e comprensione su di sé. 

Questa grave crisi, o come ha preferito definirla Scola, travaglio, dovrà portare a una consapevolezza nuova, così come il dolore del parto preannuncia la gioia della nascita. Questo "nuovo umanesimo" dovrà comprendere una rinnovata coscienza di sé e il cambiamento di centinaia di abitudini quotidiane, proprio per garantire un futuro alle prossime generazioni. E alla fine, cosa possiamo rispondere alla domanda "cosa nutre l'uomo"? Scola, concludendo, si spinge ancora più in là: «Il piacere ha una caratteristica particolare: dura poco. E alla fine solo il gaudium, la contemplazione di Dio, dura per sempre». Dando così un volto a quell'infinito che, parafrasando Pavese, l'uomo ricerca nei piaceri. 

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